Il dolore cervicale (cervicalgia)

La CERVICALE non è una patologia, è una zona anatomica del collo composta da 7 vertebre. Spesso questo termine è indicato per esprimere il dolore cervicale (o cervicalgia) che è una patologia che colpisce 15 milioni di italiani, sia uomini che donne (FONTE: “Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia”).

È un dolore localizzato dietro al collo, alla nuca e a volte può irradiarsi fino alle spalle, alle braccia e alla testa.

dolore cervicale nella colonna

Che sintomi può dare?

Il sintomo più importante è il DOLORE, che può essere scatenato dal movimento oppure no. A secondo della causa scatenante, il dolore può essere di varia natura.

Ad esempio un dolore causato dall’artrosi cervicale sarà più mattutino e migliorerà col movimento, a differenza di un dolore scatenato da un’ernia che sarà più trafittivo e irradiato.

Solitamente il dolore cervicale va a cambiare l’assetto posturale della persona, ciò può portare ad un IRRIGIDIMENTO DEI MUSCOLI del collo e della colonna, che a loro volta provocheranno dolore e POCA MOBILITÀ articolare.

Un altro sintomo molto comune nelle affezioni del tratto cervicale possono essere le VERTIGINI oppure i MAL DI TESTA; dovuti anche essi a più cause (come ad esempio una stimolazione continua di alcuni rami nervosi che fuoriescono dalle vertebre cervicali oppure una compressione di piccoli vasi sanguigni che dalla cervicale risalgono fino a dentro il cranio).

Un altro sintomo associato spesso a cervicalgia è L’IRRADIAZIONE DEL DOLORE, o della scossa elettrica, o del formicolio sull’arto superiore. In questo caso saremo però di fronte ad una cervicobrachialgia.

Quali sono le cause del dolore cervicale?

ernia spinale

Le cause sono multifattoriali e generalmente sono dovute a:

  • Artrosi, che nel tempo fa degenerare lo spazio articolare fra le vertebre e a sua volta come conseguenza può coinvolgere strutture legamentose e muscolari che possono infiammarsi.
  • Poca attività fisica e cattiva postura (che portano facilmente ad una verticalizzazione del tratto cervicale e di conseguenza una biomeccanica alterata di questa zona anatomica);
  • Stress muscolari e stress emotivi (un lavoro eccessivo dei muscoli localizzati nella zona cervicale o una tensione emotiva possono irrigidire le strutture miotendinee creando delle contratture);
  • Alterazioni dei dischi e del canale vertebrale (come stenosi, protusioni o ernie, che a loro volta possono avere un’origine degenerativa oppure traumatica);
  • Mal occlusioni o problemi dentali (che creano un cattivo rapporto fra i denti, la mascella e la mandibola, e di conseguenza sui muscoli e legamenti che da qui originano e si inseriscono sulle vertebre cervicali);
  • Colpi di fusta o traumi importanti recenti o passati;
  • Tumori al collo o alla testa;
  • Lesioni ossee.

Che fare?

terapia manuale per il dolore cervicale

La cosa più importante è stabilire la causa del dolore.

Dopo un’accurata anamnesi e dopo aver valutato la necessità o no di eventuali immagini diagnostiche (Rx o Risonanza magnetica, ecc..), il medico/ fisioterapista/ osteopata stabilisce quale sia la soluzione migliore ed eventualmente indirizzare la persona ad un ulteriore approfondimento diagnostico.

In linea di massima la strada da seguire (oltre a quella FARMACOLOGICA che riduce i sintomi iniziali ma non li risolve), è quella di intraprendere una terapia manuale con eventualmente dei mezzi fisici. Inoltre di grande aiuto sono degli esercizi specifici da far eseguire per migliorare la mobilità e la situazione muscolare.

Fra i CONSIGLI che si possono dare, innanzitutto quelli legati alla postura:

  • non restare per troppo tempo con il collo rigido ma muoverlo ogni tanto, (soprattutto chi svolge un’attività impiegatizia davanti al computer oppure per chi passa molte ore col telefonino in mano).
  • Dormire con un cuscino adatto alla forma anatomica del collo
una corretta postura notturla per il dolore cervicale
  • Correggere la testa e tutta la colonna nella giusta posizione quando si è davanti al computer
una corretta postura a lavoro per la cervicalgia

Inoltre (come già detto sopra), il consiglio che aiuta molto in caso di cervicalgia è l’esercizio attivo che va programmato e pianificato col proprio osteopata / fisioterapista. Solitamente non dà un benessere immediato ma a lungo termine, e se eseguito con quotidianità allevia molto i sintomi dolorosi e aumenta la mobilità del rachide cervicale.

Metatarsalgia / Neuroma di Morton

Il Neuroma di Morton, chiamato anche sindrome di Civinini – Morton, è una sofferenza del nervo digitale comune del piede; ed è una causa di METATARSALGIA.

È più frequente tra i 30 e i 50 anni e nel sesso femminile ed è caratterizzata da sintomatologia dolorosa a livello dello spazio intermetatarsale e fra le dita corrispondenti.

La localizzazione più frequente è a carico del 3° spazio, più raramente a carico del 2° e 4° spazio.

Tale metatarsalgia viene considerata una vera e propria sindrome canalicolare dei rami digitali plantari all’interno del “tunnel intermetatarsale”.

Infatti il nervo digitale plantare comune, con il suo fascio vascolare, decorre in uno spazio delimitato in alto dal legamento intermetatarsale ed ai lati dalle teste metatarsali e dai tendini flessori con le loro guaine. Questo spazio è inestensibile e soggetto a continui microtraumatismi durante la fase di appoggio dell’avampiede.

Da tali premesse anatomiche può in determinati casi svilupparsi un processo irritativo a carico del nervo, con formazione di uno pseudoneuroma: non è un vero neurinoma, ma piuttosto un processo flogistico degenerativo caratterizzato da fibrosi peri ed endoneurale.

Clinicamente tale sindrome è caratterizzata da:

  • dolore localizzato a livello dello spazio intermetatarsale, talora con sensazione di scossa elettrica che può irradiarsi fino alle dita. Il dolore si accentua in stazione eretta ed alla deambulazione, mentre tende a risolversi con il riposo. Il paziente può essere spinto a togliersi le scarpe od a massaggiarsi il piede.
  • dolore alla digitopressione plantare a livello dello spazio intermetatarsale irradiato alle dita corrispondenti (segno del campanello).
  • dolore alla compressione latero-laterale delle teste metatarsali (test di Morton +++).
  • Dolore vivo alla flessione dorsale del dito corrispondente alla sede del neuroma (segno di Lasègue del dito).
  • Poca o alterata sensibilità nello spazio intermetatarsale e della superficie plantare delle dita corrispondenti a tale spazio.

Quali sono le cause più comuni?

Spesso il neuroma di Morton si sviluppa in presenza di alterazioni della biomeccanica del piede che possono essere causate da:

  • piede cavo e/o piatto, alluce valgo; alluce rigido; dita a martello;
  • utilizzo di calzature incongrue (soprattutto quelle strette in punta);
  • traumi ripetuti.

La diagnosi viene confermata (oltre che dai sintomi e i test sopra descritti) anche dall’ecografia, ed eventualmente dalla RNM.

Che fare?

Il trattamento del neuroma di Morton può essere di due tipologie a seconda della gravità clinica: conservativo o chirurgico.

Per terapia conservativa si intende una terapia antinfiammatoria di tipo farmacologica o strumentale (come tecar, laser ed ultrasuoni), oppure anche di tipo infiltrativo.

Tra i consigli che si possono dare al paziente: innanzitutto utilizzare un tipo di calzatura adatta al piede (soprattutto comode, morbide e a pianta larga); non caricare troppo il piede dolente e quando si ha tempo mettere del ghiaccio sulla zona più volte al giorno.

Una volta passata la fase acuta infiammatoria è opportuno ridare un riequilibrio articolare e muscolare a tutto il piede e all’arto inferiore; in quanto l’errato appoggio del piede in questa fase avrà alterato lo schema di base e del passo.

Utile quindi un consulto dal fisioterapista o dall’osteopata che a sua volta, dopo il trattamento, può consigliare o no l’utilizzo di plantari che a volte possono aiutare a non far tornare di nuovo il problema.

Nel caso di insuccesso del trattamento conservativo o di quadri clinici gravi, potrebbe essere necessario ricorrere al trattamento chirurgico di rimozione del neuroma, un intervento mininvasivo ed eseguito in anestesia locale. Esso consiste nell’asportazione di parte del nervo interessato dalla fibrotizzazione, oppure nella liberazione dello stesso, creando più spazio attorno al nervo e riducendone la compressione.

Lo stretching: cos’è, a cosa serve

Lo stretching è un termine che deriva dalla lingua inglese che significa “stiramento”, “allungamento”.
Nella pratica sportiva si intende come allungamento muscolare, e gli esercizi di stretching coinvolgono muscoli, tendini, ossa e articolazioni.
Per la maggior parte di essi consistono in movimenti di allungamento muscolare e può essere utilizzato sia per prevenire gli infortuni, sia nel recupero post allenamento, sia per dare più mobilità articolare.
Come è fatto un muscolo? Il muscolo striato scheletrico è così composto:

  • è composto da cellule muscolari e mio fibrille che formano il sarcomero;
  • più sarcomeri in serie formano la fibra muscolare. Ogni singola fibra è avvolta dall’endomisio;
  • varie fibre vengono raggruppate dal perimisio in fasci muscolari;
  • l’epimisio raggruppa tutti i fasci e li organizza per formare il ventre muscolare
  • Il ventre muscolare si ancora all’osso tramite i TENDINI che a loro volta hanno una struttura macroscopica diversa dai muscoli e permettono a questi di fissarsi e di trasferire la forza espresse sul segmento scheletrico.

Questa breve descrizione anatomica per capire che durante lo stretching vengono allungati e mobilizzati , non solo le strutture muscolari e tendinee, ma anche le articolazioni e le ossa dove si ancorano i muscoli; dando così maggiore flessibilità muscolo-articolare.
Per flessibilità muscolo-articolare s’intende “la capacità di movimento di un muscolo e/o di un articolazione nell’ambito della loro totale estensione di movimento – full range of motion” (Alter,1996; Bjorkòund,1999).
Questa concetto è importante per far capire come i gesti sportivi che richiedono notevole ampiezza di movimento; vengono favoriti sia in velocità che economicità con lo stretching ; riducendo notevolmente fenomeni traumatici e patologici.

Come e quando farlo

Studi scientifici sul QUANDO farlo possono risultare non concordanti, ma si è appurato oramai che l’importanza nel farlo migliora la prestazione e diminuisce gli infortuni.

Nella maggioranza dei casi, in un attività sportiva, si consiglia di fare stretching nella fase di riscaldamento (più in forma dinamica che statica) e soprattutto nella fase finale, di defaticamento ( per riportare i muscoli alla lunghezza naturale, originaria).
Può risultare invece dannoso se:

  • Si fa prima di una seduta di forza;
  • Si fanno esercizi tipo molleggio (perché stimolano alcune unità funzionali muscolari che invece di allungarsi si accorciano);
  • Non praticato correttamente (assumendo magari posizioni dannose per il corpo e le articolazioni);
  • Fatto in maniera incostante.

Sulle modalità di COME e QUANTO farlo è consigliabile affidarsi o consultarsi con un fisioterapista, osteopata o preparatore atletico perché la struttura muscolo-scheletrica di ogni individuo e l’attività fisica che si intende fare può far variare i modi e i tempi dell’allungamento muscolare corretto.
Molto importante invece è per chi non far sport (o per chi lo fa in modo saltuario) di mantenere comunque una elasticità e flessibilità muscolo-articolare per prevenire problematiche future a carico dell’apparato muscolo-scheletrico.
In un prossimo articolo verranno consigliati ed illustrati alcuni facili esercizi di stretching e che non sono dannosi per il corpo.

Artrosi del ginocchio – Gonartrosi

La gonartrosi o artrosi del ginocchio è un alterazione degenerativa della cartilagine in primis, che ricopre l’intera articolazione del ginocchio, e nelle fasi più avanzate anche dell’osso sottostante e dei tessuti adiacenti.

E’ la causa maggiore di interventi protesici al ginocchio.

La cartilagine è un tessuto interposto tra i capi articolari che, tra le sue funzioni, ha anche quello di far scorrere meglio i capi articolari durante il movimento.

Quando le cartilagini della tibia , del femore e della rotula si usurano, fino a scomparire, il movimento e il sovraccarico sbagliato creeranno un ulteriore frizione tra loro  danneggiandoli ancora di più.

Che sintomi può dare?

  • Dolore e rigidità articolare (soprattutto al mattino dopo il risveglio o dopo una lunga inattività);
  • Gonfiore (spesso dopo uno sforzo prolungato);
  • Deambulazione con zoppia (soprattutto all’inizio del movimento e nelle fasi avanzate della patologia);
  • Scrosci e rumori articolari (anche al minimo movimento).
  • Instabilità e perdita del tono muscolare (anche questi sintomi sono presenti nelle fasi più avanzate);

Come si diagnostica?

La diagnosi comincia con un esame obiettivo e dai sintomi sopradescritti.

L’indagine diagnostica più veloce e molto sensibile è la classica radiografia (con le proiezioni antero-posteriore e latero-laterale sotto carico) e la radiografia assiale della rotula a 30°, 60° e 90° di flessione.

Nella rx si possono apprezzare molte caratteristiche presenti in un ginocchio artrosico:

  • il restringimento dello spazio articolare;
  • l’addensamento del profilo osseo;
  • la presenza di osteofiti marginali (i cosiddetti “becchi ossei”) che l’organismo crea per “ridistribuire” il sovraccarico;
  • la presenza di geodi, aree di riassorbimento e debolezza ossea dovute al “non uso” della zona.

La Risonanza magnetica può essere effettuata nel caso in cui si sospetta anche una rottura meniscale o legamentosa, ma non è fondamentale per la diagnosi di gonartrosi.

Quanti tipi di gonartrosi esistono?

Una prima classificazione può essere fatta in base alla zona colpita dall’artrosi:

  1. femoro-tibiale mediale (la zona interna del ginocchio);
  2. femoro-tibiale laterale (la parte esterna dell’articolazione);
  3. femoro-rotuleo ( tra il femore e la rotula).

Inizialmente può colpire uno solo dei distretti sopradescritti e poi anche gli altri.

Un’altra classificazione può essere fatta in base alla causa:

  1. Artrosi idiopatica o primitiva ( in cui non si conoscono le cause precise);
  2. Artrosi secondaria ( dovuta ad un a problematica scatenante o facilitante, come ad esempio: le osteocondriti, la condromalacia, l’osteonecrosi asettica, fratture articolari, esiti rotture legamentose o meniscali, ecc…)

Quali sono le cause scatenanti?

Di questo argomento ne abbiamo già parlato in un articolo passato (ARTRITE E ARTROSI: CHE DIFFERENZA C’E’?);

Da aggiungere ci sono le alterazioni dell’asse della gamba (ginocchio varo, ginocchio valgo, ginocchio flesso, recurvatum) che possono favorire l’insorgenza della gonartrosi dovuta al sovraccarico di alcuni comparti del ginocchio.

Che fare?

Il trattamento può essere di tipo:

  1. Conservativo (fisioterapico / osteopatico)
  2. Farmacologico
  3. Chirurgico

Prima di arrivare all’intervento chirurgico (con protesi monocompartimentale o totale del ginocchio; oppure con una pulizia della cartilagine tramite artroscopia), si cerca di mantenere l’articolazione con una mobilità e un trofismo muscolare che permettono di condurre le attività di vita quotidiana senza troppi problemi e dolori. Per far ciò si deve intraprendere un percorso terapeutico sotto il controllo del fisioterapista o dell’osteopata. Si può inoltre far ricorso a farmaci antinfiammatori e antidolorifici.

Alcuni semplici consigli da dare al paziente possono aiutare a diminuire i sintomi (esempio: rinforzare bene la muscolatura, mantenere una buona articolarità del ginocchio, fare dello stretching di tutti i muscoli dell’arto inferiore, usare il giusto tutore o bendaggio nelle fasi più dolenti o di sovraccarico maggiore, mettere del ghiaccio dopo un uso prolungato, ecc…)

Le infiltrazioni di acido ialuronico con o senza antinfiammatorio e la rigenerazione cellulare della cartilagine con le cellule staminali sono altre soluzioni, ma di queste ne parleremo in un altro articolo.

Fascite plantare e spina calcaneare

È un’irritazione dell’aponeurosi plantare nella sua inserzione sul calcagno, ormai riconosciuta come patologia della fascia. E’ caratterizzata da un dolore all’altezza del calcagno che può espandersi su tutta la fascia plantare.

La fascia plantare è una banda spessa e larga, composta da resistenti fibre di collagene, che va dal calcagno ai metatarsi ed alle dita. È strutturata come una corda che mantiene in tensione l’arco longitudinale del piede ed ha il compito principale di assorbire gli shock.

L’insorgenza è più frequente negli uomini con un’età compresa tra i 40 e 60 anni, sportivi, e può essere accompagnata o no dalla spina calcaneare, un escrescenza ossea al centro del calcagno che invece può non dare sintomi dolorosi.

L’aponeurosi plantare si inserisce sul periostio, ossia una membrana fibrosa che ricopre l’osso. La continua tensione, sollecitazione o lo stiramento ripetitivo dell’aponeurosi fa si che questa si retrae e tira in avanti il periostio che creerà uno spazio vuoto tra lui ed il calcagno.

Ciò attiverà la risposta osteoblastica con conseguente formazione dello sperone osseo (o spina calcaneare), che comunque non è mai il responsabile della sintomatologia dolorosa. È presente nel 50% dei soggetti sintomatici e nel 20% di quelli asintomatici.

Le cause della fascite plantare sono molteplici e combinate fra loro:

  • attività fisiche con carico ripetitivo;
  • prolungate attività in piedi;
  • calzature improprie;
  • sovrappeso;
  • Piede piatti o cavi non “funzionali”.

Alla base però ci sono sempre dei traumi ripetuti che possono provocare microlesioni della fascia, soprattutto in prossimità dell’inserzione calcaneare, con infiammazione e dolore (entesite).

Il dolore è localizzato alla base del calcagno e lateralmente ad esso ma può essere diffuso sino alla parte anteriore. È acuto all’inizio del carico per poi attenuarsi e riaggravarsi dopo una prolungata attività.

La spina calcaneare, come già detto, può non essere dolorosa ma essere presente nel soggetto da molti anni. Comincerà ad essere dolorosa quando si assocerà anche una fascite o quando la spina bloccherà i movimenti della fascia plantare creando un edema e riducendo la mobilità dello calcagno.

Diagnosi

La diagnosi precisa di fascite viene fatta con una ecografia o una risonanza, mentre una spina calcaneare è ben visibile con una radiografia.

La descrizione dei sintomi sopra menzionati e la localizzazione del dolore dà la certezza della diagnosi.

Che fare?

Ci sono dei consigli a chi soffre di fascite, soprattutto nella fase iniziale quando il dolore non è ancora invalidante:

  • variare il più possibile le calzature (non troppo strette e con un minimo di tacco sotto al calcagno).
  • diversificare le superfici e i percorsi di allenamento;
  • scaricare le tensioni sotto al piede (esempio: mobilizzare il tallone con una pallina da tennis sotto il calcagno).
  • Scegliere una scarpa adeguata negli sportivi e soprattutto nei runners;
  • Fare degli esercizi di stretching dei muscoli e della fascia del piede.

Tra le terapie strumentali, le onde d’urto sono ritenute le più efficaci, ma possono aiutare molto anche la tecar e la laserterapia (soprattutto nella fase acuta). Altrettanto importanti e risolutivi i trattamenti manuali dell’operatore.

Le fasciti plantari possono durare 5 settimane e si possono protrarre anche un anno.  Prima si inizia l’intervento riabilitativo, prima si riducono i tempi di guarigione e la sintomatologia dolorosa.

Se invece avviene la cronicizzazione del problema, può essere necessario l’intervento del medico con infiltrazioni locali di antinfiammatori. Nei casi più gravi (sintomi che perdurano più di un anno) il medico potrà decidere di ricorrere all’intervento di distensione chirurgica.

Se una fascite non viene trattata in tempo, la persona colpita modificherà il suo appoggio al suolo e di conseguenza potranno esserci degli scompensi e sovraccarichi funzionali anche a livello di ginocchia, anche e colonna vertebrale.

Gravidanza e mal di schiena

Il mal di schiena nella donna in gravidanza è un dolore molto frequente, ne soffrono molte donne in una percentuale che va dal 50% all’ 80 %.

Le donne che già soffrivano di questo dolore anche prima di essere in stato interessante, sono più soggette a questa problematica.

Le cause

Il dolore può dipendere da diversi fattori, ma alla base c’è quasi sempre un cambiamento della biomeccanica della colonna vertebrale dovuta chiaramente alla crescita del feto.

Anche per questo , il dolore solitamente si presenta maggiormente tra il 5° e il 7° mese, ossia quando la pancia della mamma comincia a crescere notevolmente.

Ma anche nei mesi precedenti e successivi si può presentare questo fastidio in modo acuto oppure cronicizzarsi.

Quali sono le cause maggiori che modificano la meccanica della colonna?

  • Aumento del peso
  • Modificazione della postura
  • Alterazione delle dinamiche viscerali
  • Stress emotivi
  • Fattori ormonali.

È evidente che un aumento del peso e della pancia sposta il baricentro della colonna e costringe alcuni muscoli ad un maggior lavoro che prima non producevano.

Ciò può portare anche un cambio della postura che a sua volta può determinare un maggior stress di alcune articolazioni della colonna che vanno incontro ad un iperlavoro e col tempo possono bloccarsi.

I visceri si trovano ad essere schiacciati maggiormente, sempre di più; a causa della crescita del bambino/a dentro la pancia, ed avendo loro dei contatti fasciali e legamentosi con tutta la colonna, possono alterare la giusta distribuzione delle forze provenienti dall’alto o dal basso.

Durante la gravidanza, viene prodotto un ormone, la relaxina, che tra le sue funzioni ha anche quella di determinare un maggior rilassamento ed elasticità della muscolatura, importante nella fase del parto. Ciò però può dare un indebolimento dei muscoli paravertebrali che sostengono il peso del corpo sempre maggiore sovraccaricando le articolazioni.

Infine anche gli stress emotivi possono alterare il normale funzionamento della meccanica vertebrale.

Che fare?

Il primo consiglio che si da alle donne che hanno sempre sofferto di mal di schiena e entrano nel periodo gestazionale, è quello di muoversi. Non rimanere sedentarie, ma fare un attività che può essere il nuoto, lo yoga o anche solo lunghe passeggiate. Quando farle? Sentire il consiglio di un medico o fisioterapista od osteopata perché ogni gravidanza può essere diversa dalle altre.

Un altro consiglio che sicuramente viene da sé, è quello di non sforzare troppo la schiena sollevando dei pesi o facendo dei movimenti bruschi e non fisiologici.

Inoltre, bisogna seguire una dieta equilibrata, consultando  il proprio ginecologo/a o nutrizionista, per evitare un eccessivo aumento di peso.

Eventualmente adoperare della calze elastiche o una panciera su consiglio del medico, nel caso in cui ci siano  problemi circolatori o se la pancia comincia ad essere pesante per la futura mamma.

Un consiglio che spesso aiuta le donne in gravidanza è quello di dormire sul fianco con le gambe piegate ed un cuscino fra loro, e durante i passaggi posturali ( esempio: dal letto a seduta, da seduta ad in piedi) non sforzare troppo la schiena facendo dei movimenti suggeriti dall’osteopata o fisioterapista.

Quando serve l’aiuto dell’osteopata o del fisioterapista?

Quando i dolori diventano insopportabili, il riposo non basta più e non si può o non si vuole più prendere farmaci tipo la tachipirina, diventa importante il ruolo dell’osteopata o del fisioterapista.

Esistono degli esercizi utili per alleviare il mal di schiena, ed esistono delle tecniche manuali ed efficaci che riducono lo stress meccanico sulla colonna e allentano la tensione muscolare e fasciale.

Il Tunnel Tarsale

Come per la sindrome del tunnel carpale, anche nella sindrome del tunnel tarsale vi è un intrappolamento di un nervo nel passaggio osteofibroso. Il nervo incriminato è il nervo tibiale posteriore (branca del nervo sciatico) nel tunnel del tarso che è formato dal malleolo tibiale, il calcagno, l’astragalo ed il retinacolo dei flessori che forma il tetto.

Questo tunnel dà passaggio ai tendini del flessore lungo dell’alluce, del flessore lungo delle dita, del muscolo tibiale posteriore, ai vasi ed al nervo tibiali posteriori.

il tunnel tarsale

I sintomi del tunnel tarsale

La difficoltà a diagnosticare un tunnel tarsale può essere dovuta alla vaghezza dei sintomi descritti dal paziente. Questa a sua volta può dipendere dalle diverse modalità con cui il nervo tibiale si divide e dal livello della compressione.

Vi possono essere dolori, sensazione di bruciore o di scosse elettriche, e formicolio avvertiti mentre si cammina o si indossano alcuni tipi di scarpe, lungo la volta plantare, la parte mediale del calcagno o irradiati verso la parte distale e interna della gamba.

I sintomi peggiorano con l’attività e migliorano con il riposo.

Le cause del tunnel tarsale

Essendo causata dalla compressione del nervo tibiale posteriore, questa può avvenire per varie cause:

  • Cisti tendinee;
  • Lipomi all’interno del tunnel;
  • Fratture vecchie o recenti di un osso che delinea il tunnel e altera la nuova conformazione;
  • Problemi biomeccanici della caviglia e del piede (esempio: piede piatto);
  • Altro (varici venose, esostosi, processi espansivi dei tessuti molli di origine infiammatoria o tumorale).

Diagnosi

La diagnosi del tunnel tarsale è basata sull’esame obiettivo con la presenza dei sintomi sopra descritti. Utile e positiva per la diagnosi la manovra di Tinel (che consiste nell’evocare una sensazione dolorosa di scossa quando si percuote gentilmente sull’area dove il nervo è compresso).

L’elettromiografia può essere presa in considerazione per determinare la causa o l’entità della lesione, soprattutto se si sta pensando all’ intervento chirurgico.

Che fare

Sicuramente i primi consigli che si danno a chi soffre di questa sindrome sono:

  • Controllare l’appoggio e la mobilità del piede;
  • Evitare calzature che spesso facilitano la compressione di quella zona;

La terapia convenzionale consiste in infiltrazioni e farmaci antinfiammatori o corticosteroidei, cercando però di ristabilire un giusto equilibrio biomeccanico del piede (grazie all’aiuto del fisioterapista o dell’osteopata).

Quando il dolore persiste, malgrado i trattamenti, può essere necessario intervenire chirurgicamente per eliminare la pressione sul nervo.

Tunnel Carpale

Il tunnel carpale è una compressione del nervo mediano nel passaggio del tunnel osteofibroso nel carpo della mano. Questo tunnel osteofibroso è delimitato dalle ossa carpali e dal legamento trasverso del carpo; al suo interno vi passano 9 tendini flessori della mano e delle dita e il nervo mediano.

tunnel carpale

I sintomi del tunnel carpale

Il sintomo principale sarà un’alterazione della sensibilità delle prime tre dita e metà del 4 dito della mano, zona innervata dal nervo mediano. A seconda della gravità e della durata dei sintomi si possono distinguere 3 fasi della patologia, ognuna con precisi segni clinici:

  1. FASE IRRITATIVA: alterazione della sensibilità, formicolio, sensazione di gonfiore alle prime tre dita (prevalentemente di notte) e al risveglio torpore con riduzione della sensibilità tattile
  2. FASE DEFICITARIA O SENSITIVA: accentuazione delle parestesie dolorose continue, poca sensibilità termodolorifica del polpastrello del pollice o indice, riduzione della forza di presa al mattino, difficoltà ad eseguire movimenti fini.
  3. FASE PARALITICA: impossibilità della presa a pinza pollice-indice, scomparsa del dolore, insensibilità termo-dolorifica, atteggiamento da “predicatore” della mano per paresi dei flessori dell’indice e del medio.

Le cause

Le cause sono generalmente sconosciute, ma ci sono dei fattori di rischio che possono predisporre alla patologia:

  • ripetizione dei gesti e sforzo continuativo del polso e della mano: alcuni lavori manuali e continuativi possono alterare la normale biomeccanica del polso e facilitare lo schiacciamento del nervo;
  • predisposizione in alcune malattie sistemiche: diabete, artrite reumatoide, gotta, obesità, insufficienza renale e ipotiroidismo, favorirebbero la comparsa;
  • gravidanza: l’incidenza della sindrome del tunnel carpale tra le donne incinte è molto elevata, soprattutto negli ultimi mesi;
  • traumi e fratture del polso: anche non recenti, possono alterare la struttura anatomica;
  • ereditarietà: si è vista una certa familiarità in persone con questa sindrome.

Che fare?

Ci sono dei consigli che possono essere sfruttati (come ad esempio: attenzione alla posizione del polso in determinate situazioni lavorative, oppure l’utilizzo di tutori nelle fasi più dolenti).

posizioni corrette e scorrette del polso

Il trattamento terapeutico dipende dalla gravità e dalla durata dei sintomi. Può essere conservativo o chirurgico.

L’intervento chirurgico viene preso in considerazione solo quando i sintomi della sindrome del tunnel carpale sono intensi, insopportabili e presenti da almeno 6 mesi, mentre nella maggior parte dei casi si procede nel trattamento conservativo che consiste in:

  • terapia farmacologica;
  • terapia manuale (fisioterapia /osteopatia);
  • terapia fisica (tecar, laser, ecc…)

Quale e quante bisogna farne è dato dalla gravità della sindrome e a discrezione del medico/fisioterapista/osteopata che analizza e capisce quali cure siano meglio per il paziente.

Fratture da stress

La frattura da stress (o da durata) è l’evento terminale di una più ampia condizione che viene denominata malattia da sovraccarico dell’osso.

Cause

Mentre le fratture tradizionali sono dovute a un urto violento che supera le resistenze meccaniche dell’osso, quelle da stress si manifestano a seguito di continue sollecitazioni sull’osso ed è tipica degli sportivi. Nella maggior parte dei casi questa tipologia di frattura si manifesta a seguito di sovraccarichi ripetuti nel tempo ma a volte possono essere determinate da fattori casuali.

Sollecitazioni ripetute vengono trasmesse ad una precisa zona dell’osso. In questa sede l’osso inizia a rimodellarsi in risposta agli stimoli ripetuti. Gli osteoclasti rimuovono le vecchie trabecole lasciando spazio alle trabecole di nuova formazione, non ancora calcificate.

Durante il rimodellamento l’osso è indebolito. Ripetute sollecitazioni inducono microfratture, con comparsa di dolore.

Zone piu colpite

Come diagnosticarla

L’episodio iniziale, detto reazione da sovraccarico, non è radiograficamente visibile ed è quindi assai difficile da diagnosticare. La reazione può evolvere verso una vera e propria frattura da stress, che al contrario è evidente sia clinicamente sia radiograficamente.

L’esame radiografico quindi non è di alcuna utilità nelle fasi iniziali, perché la rima di frattura non è visibile fino al momento nel quale si verifica la confluenza delle diverse microfratture.

La RMN, nelle fasi precoci della lesione dimostra una maggiore sensibilità, così come la TAC.

Che fare?

Sia che si riesca a diagnosticare la frattura da stress nella fase iniziale, sia nella fase avanzata, è consigliabile lo STOP dall’attività sportiva e dal sovraccarico funzionale.

Il riposo e, in alcuni casi, l’utilizzo del gesso servono a non stressare ulteriormente la zona.

La durata del periodo di relativo riposo è variabile, ma per la maggior parte delle fratture è compresa tra 4 e 12  settimane.

Tutto ciò che aumenta la micro e la macro circolazione, aiuta l’osso fratturato a velocizzare la guarigione e a biostimolare la formazione ossea. Le terapie che aiutano questo processo sono:

  • terapie fisiche (ad esempio: magnetoterapia, ultrasuono a bassa frequenza, ecc…)
  • terapie manuali
  • terapie farmacologiche

E’ importante valutare anche l’assimilazione della vitamina D e la presenza di Calcio nelle ossa, che se carenti, diminuiscono i tempi di recupero.

Nei casi in cui i tempi di consolidamento della frattura si allungano, è necessario a volte l’intervento chirurgico. Inoltre,  possono insorgere delle complicanze come la necrosi avascolare dell’osso, con un mancato consolidamento della frattura che porta in futuro ad una pseudoartrosi.

esercizi per la spalla

Esercizi per la spalla

Nell’articolo precedente vi ho parlato della periartrite scapolo-omerale, come una delle cause di dolore alla spalla.

Le problematiche di spalla sono molteplici e a volte hanno una sintomatologia simile.

Di seguito verranno spiegati alcuni esercizi che possono essere suddivisi in esercizi di streching; esercizi di mobilità ed esercizi di rinforzo muscolare / propriocettivi; utili e di aiuto nei problemi di spalla.

In base al tipo di problema il terapeuta decide quali fare e come fare. E’ quindi opportuno consultarsi con un medico/fisioterapista/osteopata per scegliere gli esercizi più opportuni.

Esercizi di stretching

Esercizio 1

Portare in allungamento l’arto superiore verso la spalla opposta mantenendo il braccio sul piano orizzontale.  Mantenere questa posizione per 10-15 secondi e ripetere più volte.

Esercizio 2

Partire dalla posizione di partenza con il gomito lungo il corpo; flesso a 90° e palmo della mano sullo stipide della porta. Da questa posizione ruotare il tronco dalla parte opposta mantenendo il braccio attaccato al corpo. Mantenere la posizione finale per 15-20 secondi e ripetere più volte.

Esercizio 3

Portare l’arto superiore in dietro fino a sopra la testa e da qui flettere il gomito quasi a toccarsi la scapola. IL braccio opposto blocca il gomito e aiuta la spalla a sollevarsi. Mantenere 15-20 secondi e ripetere più volte.

Esercizio 4

Poggiare il palmo della mano sul muro in flessione dorsale. Tenere il gomito in estensione e pronarlo (vedi freccia). La spalla, con l’aiuto della respirazione, ruota un poco internamente e avanza di pochi centimetri alla volta (vedi freccia). L’importante nell’esercizio è che la mano rimanga poggiata al muro e il gomito esteso. Mantenere la posizione per 20 secondi e ripetere più volte

Esercizi di mobilità

Esercizio 1

Fare un pendolo col braccio verso il basso senza contrarre volontariamente nessun muscolo. Il braccio si muove solo con l’aiuto della forza di gravità. Ruotare in senso orario per 2 minuti e poi invertire in senso antiorario sempre per 2 minuti. Si può usare anche un piccolo peso tenendolo in mano.

Esercizio 2

Da sdraiato, sollevare il braccio col gomito esteso fino ad arrivare all’altezza della testa (se il dolore lo permette, altrimenti fermarsi prima) e riscendere gradualmente, aiutandosi con il braccio opposto sotto il gomito. Ripetere il movimento per 20-30 volte.

Esercizio 3

Braccio che regge una palla poggiata al muro. Far scorrere il pallone verso l’alto estendendo anche il gomito e la spalla; e riscendere alla posizione di partenza senza far cadere la palla. Ripetere per 20-30 volte.

Esercizio 4

Partendo col gomito flesso e la mano poggiata al muro ad una certa distanza, sollevare gradualmente la mano scivolando sul muro fino a salire al massimo della mobilità. Riscendere lentamente senza mai staccare la mano dal muro. Ripetere 20-30 volte.

Esercizi di rinforzo

PER FARE I PROSSIMI ESERCIZI SI CONSIGLIA DI UTILIZZARE UN ELASTICO TIPO THERA-BAND. PER LA RESISTENZA DELL’ELASTICO CHIEDERE CONSULTO A FISIOTERAPISTA/OSTEOPATA/MEDICO.

Esercizio 1

Con il gomito lungo il fianco e flesso a 90° portare l’elastico (che è legato ad esempio alla maniglia della porta) verso l’interno fino a 45° stando attenti a non alzare il gomito. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.

Esercizio 2

Come l’esercizio precedente, ma stavolta portare l’elastico verso l’esterno. Si parte col braccio internamente e si arriva ad aprirlo. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.

Esercizio 3

Stavolta l’elastico è legato ad una sedia o ad un tavolo in basso. Si parte  col braccio obliquo verso il basso e l’elastico si apre in alto seguendo sempre una diagonale in fuori ed in alto. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.

Esercizio 4

Legare l’elastico sotto ad un piede e partire con le braccia lungo i fianchi. Sollevare l’elastico in alto ed in avanti seguendo la forma di una V. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.

Esercizio 5

Posizionare l’elastico sotto al piede e partire con i gomiti estesi. Flettere i gomiti mantenendoli sempre lungo il fianco. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.

Esercizio 6

Partire da una posizione seduta e con l’elastico legato in alto. I gomiti in partenza sono flessi a circa 90° e si arriva ad estenderli lasciandoli sempre poggiati lungo i fianchi. Le serie da fare vanno decise dal terapeuta.