Esercizi per il diaframma

Come abbiamo visto in un articolo precedente il diaframma, per la sua posizione “centrale” nel corpo è un muscolo che ricopre una funzione primaria nella respirazione , nella mobilità viscerale e nell’equilibrio posturale.

Spesso si sente parlare di diaframma bloccato o poco mobile, o che lavora male.

Ecco 5 facili esercizi che mostrano come  aiutare questo muscolo a muoversi meglio in tutte le sue direzioni ed aumentare la sua funzionalità.

1 esercizio: automassaggio del diaframma

Si eseguono dei micro massaggi su tutta l’arcata costale con i polpastrelli delle dita ,che si agganciano sotto le coste e fanno delle piccole vibrazioni con le mani per pochi secondi seguendo tutto il percorso costale. Concentrarsi nelle zone dove si sente maggiore tensione senza curarsi troppo del dolore. Ripetere il giro dell’arcata costale per 5 minuti.

2 esercizio: detensione dei pilastri diaframmatici

Dalla  posizione supina sistemare una pallina da tennis o un piccolo rullo  a livello delle vertebre lombari e cercare, con dei movimenti in alto, in basso , in dentro, in fuori della pallina o del rullo, di automassaggiare la zona. Eseguire questi movimenti per 5 minuti.

3 esercizio : presa di coscienza del diaframma

Dalla posizione supina mettere una mano sulla pancia e una sul petto; durante la fase inspiratoria gonfiare solo la pancia cercando di allargare la gabbia toracica e non abbassare il petto. Nella fase espiratoria sgonfiare la pancia.

L’utilizzo delle due mani serve per prendere coscienza del movimento e capire se state lavorando con la pancia o se state facendo intervenire le coste durante la respirazione.

Ripetere la respirazione per 5 minuti.

4 esercizio: respirazione diaframmatica paradossa

Come per l’esercizio precedente, partire dalla posizione supina con una mano sulla pancia e una sul petto. La fase inspiratoria è come per l’esercizio 3. Stavolta durante la fase espiratoria il torace si abbassa con l’aiuto della mano posta sopra di esso e la pancia si sgonfia contemporaneamente. Ripetere l’esercizio per 5 minuti.

5 esercizio: mobilizzazione “forzata” del diaframma

In questo esercizio si cerca di mobilizzare il diaframma il più possibile in tutto il suo range articolare creando anche una resistenza che aiuterà il muscolo ad essere più elastico.

Si aggancia il diaframma sotto l’arcata costale laterale con i polpastrelli che entrano sotto le coste e i palmi delle mani rimangono poggiati sopra.

Durante la fase inspiratoria (quando il diaframma cercherà di allargarsi e la pancia andrà a gonfiarsi) bloccare il suo movimento e non permettere la sua apertura facendo resistenza con i palmi delle mani per 3-5 secondi.

Durante la fase espiratoria avvicinare lentamente e con piccoli movimenti l’arcata costale verso l’ombelico e bloccarla fino a quando non si inizia una nuova fase inspiratoria. Ripetere la sequenza per almeno 10 volte. Alla fine delle 10 respirazioni le mani vengono quasi a contatto vicino l’ombelico.

Tutti questi esercizi portano via 10 minuti ma sono un valido aiuto per aumentare la mobilità di questo ”GRANDE” muscolo.

Il diaframma, muscolo della respirazione e non solo

Il diaframma è un muscolo che si trova tra torace e addome e svolge un ruolo primario nella respirazione, ma non solo.

Riveste una grande importanza anche sul piano emozionale e per questo viene chiamato muscolo della serenità.

Ha la forma di una cupola appiattita ed è situato al centro della colonna vertebrale separando la cavità toracica (dove ci sono polmoni e cuore) da quella addominale (sede dello stomaco, fegato e tutti i visceri).

La sua posizione lo rende un muscolo strategico per la funzionalità dei visceri, ed avendo delle connessioni anatomiche importanti anche con la colonna e con il sistema nervoso; entra in gioco in molte problematiche che affliggono il sistema muscolo-scheletrico.

Al centro del diaframma sono presenti degli orifizi per il passaggio dell’aorta addominale, della vena cava, dell’esofago, dei dotti linfatici e di alcuni rami del sistema nervoso neurovegetativo.

È divisibile in due porzioni: una centrale tendinea (centro frenico) ed una periferica muscolare che ha varie inserzioni: vertebrali, costali e sternali.

Che ruolo ha il diaframma ?

Il diaframma svolge la sua funzione principale durante la respirazione. Molte persone sfruttano solamente i muscoli accessori respiratori lasciando “dormiente” questo “grande” muscolo. Ce ne accorgiamo della sua funzione vitale soprattutto nella fase inspiratoria involontaria e a riposo: viene attivato abbassando il centro frenico e aprendo la gabbia toracica. Durante la fase espiratoria invece si alza facendo diminuire il diametro laterale della gabbia toracica.

Contraendosi si abbassa, creando successivamente un gradiente pressorio intratoracico negativo, rispetto all’ambiente esterno, a cui segue un “riempimento” spontaneo dei polmoni.

 

Da qui anche la sua importanza nel regolare l’equilibrio pressorio tra torace ed addome, fondamentale per una buona peristalsi intestinale.

 

Inoltre essendo un punto di passaggio del sistema vascolare e linfatico, risulta essere uno snodo importante dal punto di vista fluidico.

Problemi associati al mal funzionamento del diaframma

Viste le numerose connessioni anatomiche e funzionali del diaframma, uno stato di poca mobilità o fissità (spesso si sente parlare di diaframma “bloccato”) di questo muscolo, andrà ad influenzare molti aspetti della salute del corpo:

 

  • In primis tutto l’apparato respiratorio con i suoi organi (polmoni su tutti) e i muscoli accessori ( scaleni, intercostali,ec… che andranno in contro ad un iper lavoro con conseguenze sulla postura e sulla colonna cervicale)
  • Ne risentirà la mobilità viscerale e la funzionalità in genere dei vari organi collegati ad esso (stomaco e fegato nella zona toracica e tutto l’apparato digerente nella zona addominale);
  • Anche la colonna lombare con i suoi collegamenti fasciali e muscolari avrà una ripercussione, causando spesso dolori e compensi anche su altre zone zone, come l’articolazione dell’ anca, che vengono messe in tensione e sotto stress grazie ai collegamenti che ci sono con il muscolo psoas e il quadrato dei lombi.
  • In generale al livello meccanico ci saranno squilibri su tutta la colonna con posture sbagliate che a loro volta inizieranno un circolo vizioso che non aiuterà il diaframma stesso a “liberarsi” dalle restrizioni di mobilità.
  • In ultimo, ma non per importanza, ci sarà anche un effetto sulla vita emozionale, visto il suo coinvolgimento con il sistema nervoso neurovegetativo e visto il suo posizionamento “centrale” nel corpo.

Come trattare il diaframma?

Nel trattare il muscolo diaframma l’obiettivo principale è quello di renderlo più mobile possibile.

Per far ciò, oltre al trattamento manuale dello specialista che aiuta a “sbloccarlo” nella fase iniziale, bisogna insegnare al paziente stesso alcuni esercizi che dovrà fare con una certa quotidianità in quanto basta poco per riportarlo ad uno stato di ipo-mobilità.

Tra le tecniche più usate e facili da “insegnare” al paziente ci sono quelle di automassaggio del diaframma, di detensione dei pilastri diaframmatici e delle cupole ed esercizi che aumentino il volume della gabbia toracica.

Tutti questi esercizi verranno descritti e rappresentai in un prossimo articolo.

Coccigodinia, il dolore al coccige

La coccigodinia è una problematica dolorosa che colpisce la zona del coccige e può irradiarsi anche nella parte bassa del bacino.

Il coccige è un osso che si trova all’estremità della colonna, sotto l’osso sacro, ed è formato dall’unione di 3-4 piccole ossa, il cui apice appuntito è rivolto e curvato verso l’avanti.

Al livello coccigeo si agganciano numerosi legamenti, fasce e muscoli del pavimento pelvico e intorno alla sua articolazione passa il plesso pudendo (un ramo di fasci nervosi) con il sistema nervoso simpatico. Queste correlazioni anatomiche fanno si che questa zona, se sottoposta a stress meccanici o usuranti, possa infiammarsi e irradiarsi su tutto il bacino.

Cause del dolore

La maggior parte delle coccigodinie viene per cause traumatiche ( circa il 70% dei casi), spesso in seguito ad una forte caduta sul sedere. Solitamente dopo l’accaduto ci sarà una contusione, ma se il trauma è stato violento può esserci anche una lussazione o una frattura. In questi casi il dolore può durare anche anni, innescando una instabilità e un’infiammazione cronica che durerà per molto tempo. Nei casi più fortunati invece il dolore può durare da pochi giorni a 2 settimane.

Un’altra situazione in cui può esserci la coccigodinia è la gravidanza; dove il coccige diventa più flessibile ,per facilitare il parto , causando in alcuni casi un’eccessiva tensione fasciale e muscolare che si ripercuote su tutto il bacino.

Altre cause di coccigodinia sono :

  • l’eccessivo aumento o diminuzione di peso ;
  • lesioni da sforzo ripetitivo (come ad esempio il ciclismo o il canottaggio dove c’è un continuo sfregamento sotto il peso della colonna della zona del coccige);
  • artrosi importante
  • tumori
  • altre cause ( da squilibri della colonna vertebrale, in seguito a violenti colpi di frusta, psicosomatiche, situazioni congenite in cui il coccige è mal posizionato)

Sintomi

Oltre al dolore sul punto, le coccigodinie sono fastidiose anche nello svolgimento delle attività della vita quotidiana in quanto qualsiasi condizione che aumenta la pressione nella zona ( come il sedersi o l’andare in bagno) accentuerà la sintomatologia che si può irradiare anche nella zona pelvica. Rialzandosi o riducendo la pressione il sintomo andrà a diminuire.

Altri sintomi associati sono:

  • mal di schiena;
  • dolore prima e durante l’evacuazione,
  • accentuazione del dolore durante le mestruazioni nelle donne;
  • dolore irradiato sui glutei e sui fianchi.

Che fare?

Innanzitutto bisogna escludere che la coccigodinia derivi da una problematica legata all’osso e alla sua articolazione con il sacro. E’ consigliabile quindi una RX sia in posizione eretta che da seduti ( in quanto la lussazione risulta più evidente in flessione).

Una volta escluse fratture o lussazioni è utile anche una risonanza per vedere meglio i tessuti molli intorno all’osso.

La valutazione prevede la palpazione dei tessuti intorno al coccige per cercare le zone più dolenti; andando a testare anche la mobilità del coccige stesso e la tensione delle strutture fasciali e muscolari circostanti.

Generalmente il trattamento nella fase acuta prevede l’assunzione di farmaci antidolorifici e antinfiammatori e si cerca di evitare di sedersi su delle sedie rigide. Infatti si consiglia vivamente di utilizzare dei cuscini o ciambelle che evitano il contatto del coccige sulla sedia (anche dopo la fase acuta).

Passata la fase acuta , il trattamento manuale prevede una serie di tecniche che vanno a diminuire tutte quelle tensioni che si concentrano attorno al pavimento pelvico, e che vanno a recuperare quella mobilità delle strutture articolari collegate con muscoli e fasce al coccige ( ad esempio : sacro/iliaca; lombari e bacino). Utili anche gli esercizi di kegel per il recupero del tono muscolare del pavimento pelvico.

Oltre al trattamento manuale si può ricorrere anche ai mezzi fisici come il laser o l’ultrasuono che aiutano a togliere il dolore e l’infiammazione.

Se il dolore persiste e non migliora neanche dopo una serie di trattamenti , il medico allora  può consigliare anche l’utilizzo più elevato di farmaci antinfiammatori e miorilassanti.

Solo in pochissimi casi, come le fratture gravi con forte instabilità, il medico può ricorrere ad un intervento chirurgico chiamato coccigectomia , che prevede la rimozione della parte incriminata.

Il mal di schiena nei runners

Almeno 15 milioni di italiani soffrono di lombalgia ,runners compresi , indistintamente tra giovani ed anziani con risoluzione entro i tre mesi. Causa della lombalgia è la sedentarietà e non certo l’attività fisica.

La lombalgia può presentarsi in varie forme e normalmente il runner lamenta di “trascinare” la gamba “debole” oppure accusa ripetute lesioni muscolari agli ischio-crurali o al polpaccio.

Vediamo nello specifico che tipo di dolore può presentarsi

  1. Dolore lombare con colonna rigida e spesso inclinata da un lato con limitazione nella flessione in avanti del tronco; in genere dopo un sollevamento di un peso anche leggero con movimento di flessione-rotazione della colonna.
  2. Dolore lombare irradiato agli arti inferiori che a secondo della gravità può arrivare al piede. La causa in genere è da attribuirsi a protusione o ernia discale. Nei casi più gravi il dolore è presente anche a riposo, nelle forme lievi si ha la sensazione di avere una contrattura del quadricipite o degli ischiocrurali, oppure debolezza muscolare.
  1. Dolore da sindrome delle faccette articolari generalmente presente a riposo e assente in movimento. Le faccette articolari intervertebrali riducono le rotazioni vertebrali e proteggono il disco dall’usura. Con il passare degli anni i dischi degenerano e così aumenta il carico su queste articolazioni con formazioni di piccole sporgenze ossee(osteofiti) che possono irritare il nervo sciatico. I runners anche giovani senza addominali tonici e con una postura in iperestensione soffrono di tale sindrome.
  1. Dolore da stenosi, ovvero riduzione del canale vertebrale causata da artrosi, degenerazione discale ,usura delle faccette articolari e formazione di osteofiti. Colpisce solitamente i runners che hanno più di 60 anni con dolore e debolezza degli arti inferiori che compaiono con l’attività fisica e scompaiono a riposo.

Che cosa fare?

In caso di mal di schiena si deve sempre riposare e ridurre il numero degli allenamenti e di chilometri.

Dopo aver eseguito adeguati esami strumentali, rx o risonanza magnetica su tutti, si consigliano sedute di terapia manuale sulla colonna vertebrale che migliorano la sintomatologia e prevengono infortuni futuri. Utili anche le posizioni di relax della colonna e lo stretching.

Negli ultimi studi non si evidenzia una grande differenza tra questo tipo di approccio e l’utilizzo di antinfiammatori e antidolorifici, che possono essere assunti in caso di forte dolore.

Spesso vengono prescritti dallo specialista uso di cortisonici oppure infiltrazioni peridurali ,ozono terapia, o agopuntura.

L’opzione chirurgica è da considerarsi nei casi in cui le altre tecniche non siano state efficaci

Consigli utili per prevenire o curare la lombalgia

  • Migliora la postura in ufficio e in automobile
  • Evita posture scorrette sul divano e verifica l’adeguatezza del materasso su cui dormi.
  • Fai stretching in particolare dei muscoli ischiocrurali, tensore della fascia lata, adduttori e ileopsoas.
  • Esegui esercizi di rinforzo muscolare isometrico e migliora la mobilità delle anche.
  • Evita di rimanere seduto a lungo
  • Corri in pianura ed evita salite e discese ripide
  • Alterna le andature in allenamento, non soltanto corsa lunga e lenta ad alto impatto.
  • Cambia le scarpe al massimo ogni 700km.
  • Nel caso di lombalgia conclamata affidati ad uno specialista che sappia consigliarti cosa sia più utile al tuo caso tra le varie possibilità di trattamento di cui parlato prima.

La sindrome di Scheuermann

La malattia di Scheuermann è un’osteocondrosi che provoca alterazioni localizzate nei corpi vertebrali, si presenta in età evolutiva colpendo gli adolescenti, più comunemente tra li sesso maschile fra i 10 e i 14 anni

Per osteocondrosi si indica un gruppo di malattie caratterizzate da alterazioni dei nuclei di ossificazione delle ossa in via di accrescimento, e nel caso del morbo di Scheuermann consiste in un difetto di ossificazione delle vertebre del tratto dorsale della colonna che tende a modificarne la forma.

La risultante di questa modificazione è l’aspetto cifotico che si accentua nel tratto dorsale.

La cifosi è la normale curvatura che il tratto dorsale della colonna vertebrale assume in posizione eretta. Si definisce ipercifosi, o dorso curvo, quando tale curvatura supera i valori angolari definiti per la popolazione normale (maggiore di 40°-45°).

Cause

Ad oggi non sono ancora ben chiare le cause di questa patologia, ma si pensa che esistano più fattori che facilitano l’insorgenza:

  • predisposizione genetica;
  • traumi lievi o importanti ;
  • minor apporto ematico/occlusione vascolare.

La tesi multifattoriale più accreditata quindi ritiene che siano coinvolte alterazioni istopatologiche primitive (a causa ignota e genetica) delle cartilagini di accrescimento delle vertebre, che modificano l’ accrescimento di questi segmenti ossei, in associazione a fattori meccanici e vascolari.

Sintomatologia

Solitamente i sintomi di insorgenza sono il dolore al dorso con progressiva accentuazione della curva cifotica.

Biomeccanicamente parlando il dorso ha un ruolo importante nella fisiologia delle curve della colonna, è un punto di passaggio tra la cervicale e la lombare e in questa zona c’è l’ancoraggio della gabbia toracica con i relativi muscoli della respirazione.

Inutile dire che un cambiamento morfologico di questa zona instaura dei processi di compenso posturali (come l’iperlordosi lombare) che possono a loro volta dar vita a delle alterazioni biomeccaniche come scoliosi o spondilodistesi, problematiche al disco intervertebrale con le relative conseguenze ( radicolopatie su tutte).

Inoltre l’ alterazione del corpo o dei corpi vertebrale potrebbe dar vita ad una riduzione del movimento, soprattutto nell’estensione e nella flessione laterale del tratto dorsale.

Diagnostica

La presenza dei segni e sintomi non sono sufficienti per fare la diagnosi, che si deve avvalere della RX.

Questa presenta una deformazione a cuneo di almeno tre vertebre contigue:

  • deformità delle limitanti superiore;
  • deformità delle limitanti inferiore;
  • riduzione degli spazi intervertebrali.

In alcuni casi, i soggetti con morbo di Scheuermann hanno un aspetto simile a quelli affetti da sindrome di Marfan, ossia presentano una lunghezza sproporzionata del tronco e degli arti.

La diagnosi differenziale con la “cifosi posturale” può essere effettuata notandol’assenza delle lesioni radiografiche vertebrali e per la possibilità di correggere l’ipercifosi con i movimenti di estensione del dorso.

Il decorso è lieve ma prolungato, spesso dura diversi anni (la durata può variare molto) interrompendosi con il termine della crescita adolescenziale.

Che fare?

Se “la Malattia di Scheuermann” viene diagnosticata precocemente se ne può limitare l’evoluzione sfavorevole ma non si possono risolvere le deformazioni vertebrali evidenziate radiograficamente.

Nei casi più gravi, si deve intervenire chirurgicamente per riallineare i corpi vertebrali, ma fortunatamente sono minori rispetto ai casi in cui il miglioramento può avvenire grazie alla fisioterapia, associata a trattamenti osteopatici e a ginnastica posturale.

Le cisti di Baker e il dolore dietro al ginocchio

Le cisti di Baker devono il loro nome a Willliam Morrant Baker (chirurgo della seconda metà dell’800), e sono dovute da un eccesso di liquido prodotto fisiologicamente dalla sinovia del ginocchio.

Le cisti di Baker vengono chiamate anche cisti poplitee in quanto il liquido articolare del ginocchio in eccesso spesso può insinuarsi nella cavità posteriore del ginocchio e lì vi rimane intrappolato formando una sacca piena di liquido.

Solitamente viene a formarsi tra i muscoli semimembranoso e gastrocnemio mediale, nei piani muscolari posteriori del ginocchio e le sue dimensioni possono variare (possono oscillare dalla grandezza di una piccola noce fino a quella di una palla da biliardo).

Per quale motivo si forma?

Le cause della formazione in eccesso del liquido articolare sono riconducibili a problematiche inerenti l’articolazione del ginocchio:

  • Traumi o patologie al ginocchio
  • Esiti di rotture legamentose o meniscali
  • Esiti di intervento chirurgico
  • Lesioni ossee e muscolari
  • Condizioni infiammatorie importanti (come artriti, osteocondrosi, Gotta,..)

In tutte queste condizioni vi è un aumento di liquido che penetra fino alla borsa poplitea , tale da aumentarne le dimensioni.

Vi è inoltre una condizione in cui si può formare la cisti senza che il ginocchio presenti anomalie, ed è tipica però dell’età giovanile.

Che sintomi puo’ dare e che indagini fare

La cisti di Baker non è sempre sintomatica, soprattutto se le dimensioni non sono importanti.

Quando la grandezza comincia ad essere consistente la persona avverte un fastidio dietro al ginocchio e  la presenza di qualcosa soprattutto quando lo piega molto.

I sintomi più comuni, frequenti anche in molte problematiche di ginocchio, sono il gonfiore, il dolore localizzato posteriormente al ginocchio e la rigidità articolare (soprattutto dopo una flessione prolungata).

Per fare una diagnosi precisa di cisti di Baker c’è bisogno di una Risonanza Magnetica o un’ecografia in quanto la cisti non è sempre visibile ad occhio nudo.

Che fare?

A volte le cisti di Baker (di solito quelle più piccole) si assorbono spontaneamente.

Nel caso in cui ciò non avvenisse si può iniziare una terapia conservativa manuale mirata al drenaggio dei liquidi e alla diminuzione delle tensioni fasciali e muscolari responsabili di un sovraccarico del ginocchio che comunque deve mantenere  una buona mobilità.

Anche i mezzi fisici utilizzati in fisioterapia possono migliorare il drenaggio e quindi diminuire il gonfiore, come ad esempio la tecar, il laser e gli ultrasuoni.

L’ultima alternativa alle cisti di Baker è l’intervento del medico chirurgo, che può aspirarle oppure toglierle chirurgicamente, in via artroscopica, soprattutto quando la terapia conservativa non ha funzionato e la cisti ha continuato a crescere sia nelle dimensioni che nella dolorabilità.

Il dolore della contrattura muscolare

La contrattura muscolare è una contrazione involontaria e continua di una o più fasce del muscolo,

con conseguente rigidità del muscolo stesso, dolente alla palpazione e con riduzione della mobilità.

Per capire meglio come è fatto un muscolo vi rimando ad un articolo precedente: Lo stretching: cos’è, a cosa serve

Spesso si fa l’errore di associare la contrattura muscolare allo stiramento oppure allo strappo o al crampo. Sono problematiche diverse tra loro che hanno solo il muscolo come organo comune colpito dalla lesione.

La contrattura muscolare è caratterizzata solamente dall’aumento del tono del muscolo contratto localizzato e non da un danneggiamento strutturale del tessuto.

I sintomi della contrattura

Quando c’è una contrattura il soggetto può sentire un dolore modesto o più intenso, diffuso lungo il tratto muscolare interessato.

La sensazione che si prova è quella di avere un punto resistente e doloroso alla palpazione; a volte le persone riferiscono proprio di sentire come un “sasso duro” che comprime sul punto incriminato.

Nella maggior parte dei casi però il dolore è tollerabile e non impedisce il normale svolgimento dell’attività lavorativa o sportiva.

Altri sintomi possono essere la rigidità e la limitazione dei movimenti, la tensione e l’aumento del tono muscolare.

I muscoli o i distretti muscolari solitamente più colpiti sono

  • i muscoli paravertebrali al livello dorsale e lombare;
  • il muscolo trapezio bilateralmente al livello cervicale e spalla;
  • i muscoli adduttori e il retto femorale sulla coscia;
  • il muscolo bicipite femorale e tricipite surale al livello posteriore della coscia e della gamba.

Quali sono le cause delle contratture muscolare?

Le cause sono molteplici e possono essere di natura meccanica e/o metabolica e possono presentarsi in seguito a :

  • sollecitazione e/o sforzo muscolare troppo intenso e/o prolungato nel tempo;
  • movimento veloce involontario;
  • posture sbagliate prolungate nel tempo;
  • allenamenti sbagliati o non proporzionati alla preparazione atletica;
  • sedentarietà;
  • gravidanza;
  • disturbi circolatori o metabolici;
  • patologie muscolari e/o del sistema nervoso;
  • problematiche articolari croniche (come artrosi e artriti).

Come curare una contrattura muscolare

Il riposo è la terapia più efficace. Solitamente in meno di una settimana il fastidio da contrattura sparisce, ma la persona colpita deve astenersi da attività sportiva.

Per favorire un recupero più veloce si consigliano:

  • esercizi di allungamento passivo e attivo dei muscoli;
  • terapie fisiche e manuali che aiutano il muscolo a ricevere maggiore afflusso sanguigno (dal classico massaggio alla tecar, fino alle mobilizzazioni tessutali, ecc….);
  • praticare un adeguata attività aerobica;
  • utilizzare tecniche di rilassamento;
  • mantenere un adeguata idratazione e alimentazione.

Nei casi più dolorosi e più difficili da risolvere (come ad esempio le contratture in seguito al classico “colpo della strega”) può essere indicato su consiglio medico il trattamento farmacologico con i FANS (Farmaci antinfiammatori non steroidei) associati a volte anche a dei miorilassanti.

La modalità di somministrazione di questi farmaci, se per via topica (come i cerotti transdermici), o per via orale (assunzione per bocca) o per via intradermica (le punture) è da scegliere in base alla gravità e alla tollerabilità della persona.

Come evitare la formazione di contratture

La prevenzione consiste nell’eliminare tutte quelle condizioni che facilitano l’instaurarsi delle contratture:

  • in primis correggere gli squilibri posturali, articolari e muscolari;
  • prima di un’attività sportiva fare un riscaldamento adeguato;
  • eseguire dello stretching per mantenere una buona elasticità e lunghezza muscolare idonea;
  • rispettare i tempi di recupero dopo un’attività fisica;
  • mantenere una articolarità adatta ed evitare la poca mobilità;
  • assumere un’alimentazione adeguata
  • cercare sempre di mantenere una giusta idratazione.

Alcune persone tendono ad avere più contratture rispetto ad altre anche per via della propria biotipologia, in questi casi l’importante è tenerle sotto controllo e non arrivare ad una condizione di dolore importante da impedire il normale svolgimento delle attività di vita quotidiana.

Dolore al ginocchio nell’età pre-adolescenziale: la malattia di Osgood-Schlatter

La sindrome di Osgood-Schlatter è un osteocondrosi che colpisce l’apofisi tibiale anteriore, una zona anatomica situata poco sotto alla rotula del ginocchio.

E’ la causa più comune di dolore al ginocchio negli adolescenti che fanno sport e la guarigione spesso è spontanea.

Per osteocondrosi si indica una serie di patologie che coinvolgono l’osso (osteo) e la cartilagine (condrosi) a carattere degenerativo.

Colpiscono prevalentemente nella fase adolescenziale e nel caso specifico dell’ Osgood-Schlatter c’è una prevalenza maggiore tra i maschi compresi tra i 10 e i 16 anni.

Cause

Non è ancora chiara una causa specifica, ma esistono più fattori che possono essere favorevoli per l’insorgere di questa patologia:

  • Stress meccanici sulla zona interessata, dove c’è l’ancoraggio del tendine rotuleo;
  • Predisposizione genetica-ereditaria.

Per stress meccanici si intendono tutte quelle condizioni in cui il ginocchio può andare incontro a microtraumi ripetuti che creano una trazione anomala sul tendine rotuleo. Ciò, associato ad un immaturità ossea della tuberosità tibiale tipica dell’adolescenza, crea una ossificazione anomala e fuori dalla sua sede naturale dell’apofisi, e da qui la comparsa della protuberanza.

Che sintomi ci sono?

Solitamente si manifesta con:

  • Dolore al ginocchio, che aumenta dopo l’attività fisica, si riduce dopo l’interruzione e migliora col riposo;
  • Gonfiore e calore al ginocchio;
  • Alla RX si nota la comparsa di una protuberanza sotto al ginocchio;
  • A volte la sporgenza è visibile anche ad occhio nudo.

Inizialmente l’unico sintomo che l’adolescente lamenta è il dolore, in genere dopo un’attività sportiva ripetuta o che prevede dei salti.

Come si cura?

Il morbo di Osgood-Schlatter è una patologia benigna che di solito guarisce spontaneamente anche nell’arco di due anni.

L’evoluzione è favorevole e la sintomatologia tende a scomparire senza lasciare nessun fastidio.

Il trattamento è conservativo e consiste inizialmente nel riposo e nella riduzione o astensione dall’attività sportiva che possa acutizzare il dolore.

Per controllare il dolore spesso si consiglia il riposo assoluto ( con la gamba in scarico assoluto) e il ghiaccio nella zona dolente.

Per completare il trattamento è necessaria anche della terapia manuale che sarà mirata all’allungamento di alcuni distretti muscolari e al rinforzo di altri.

Nei casi più gravi può essere necessario un periodo di immobilizzazione del ginocchio con un tutore o un gesso.

Solo se Il morbo di Osgood-Schlatter viene trascurato, può causare dolore anche dopo l’adolescenza, rendendo necessario un intervento chirurgico per rimuovere frammenti ossei o per rimediare ad un distacco osseo.

Ma, come già detto in precedenza, l’evoluzione della patologia è benigna nella quasi totalità dei casi, e con il crescere può lasciare dei segni radiologici tipici ma che non daranno nessuna problematica futura.

Dito a scatto

Il dito a scatto, detto anche tenosinovite stenosante, è un disturbo in cui una delle dita delle mani rimane in posizione piegata, più spesso il pollice, il medio o l’anulare.

 

La tenosinovite stenosante è dovuta ad un’infiammazione che coinvolge le pulegge e le membrane che avvolgono i tendini della mano, nello specifico i tendini dei muscoli flessori della mano.

I tendini hanno un percorso lungo e tortuoso prima di inserirsi sulle ossa distali delle dita e a livello della mano passano attraverso delle pulegge che sono dei tunnel fibrosi entro i quali scorrono i tendini.

Se la membrana tendinea si infiamma frequentemente o per lunghi periodi, lo spazio all’interno della membrana del tendine si restringe. Il tendine, quindi, non riesce a scorrere nella membrana, e il dito rimane bloccato in posizione piegata prima di raddrizzarsi con uno scatto. Ad ogni scatto, il tendine si irrita e si infiamma sempre più, peggiorando ulteriormente il problema

Che sintomi puo’ dare?

I segni ed i sintomi del dito a scatto possono essere lievi o gravi e comprendono:

  • Gonfiore o rigidità del dito (soprattutto al mattino);
  • Sensazione di scatto o schiocco al movimento di flessione-estensione oppure mentre si afferra saldamente un oggetto;
  • Presenza di un nodulo alla base del dito colpito;
  • Dolore localizzato sul palmo della mano;
  • Dito bloccato in posizione piegata, che si raddrizza improvvisamente oppure, in casi più gravi, che non riesce a completare il movimento di estensione.

Cause

Le cause di questo processo infiammatorio non sono sempre chiare.

Può essere dovuto a microtraumi ai tendini flessori o a un sovraccarico funzionale.

Le continue sollecitazioni dei tendini della mano, dovute a sforzi o a movimenti ripetuti, possono causare l’infiammazione dei tendini flessori, così come l’utilizzo continuativo di macchinari che vibrano o che sollecitano in maniera continuativa i tendini.

Giocano un fattore predisponente anche patologie come l’artrite reumatoide, la gotta, il diabete, l’ipotiroidismo, l’amiloidosi e determinate infezioni come la tubercolosi.

Che fare?

Per eliminare lo scatto o il blocco del dito bisogna togliere il gonfiore intorno al tendine flessore e alla sua guaina per consentire un migliore scorrimento nella puleggia.

A seconda della gravità del caso si può procedere per due strade:

  • Terapia conservativa
  • Terapia con chirurgia mininvasiva

Nel primo caso si può inizialmente procedere con una terapia farmacologica per poi passare per la terapia fisica strumentale (come la tecar, il laser o l’ultrasuoni) e poi per la terapia manuale.

Queste terapie hanno lo scopo di diminuire l’infiammazione e di riequilibrare la biomeccanica, la mobilità e la forza muscolare dei tendini coinvolti.

Se la terapia conservativa non ha i suoi effetti si può provare con le infiltrazioni locali di cortisone e per ultimo passare all’intervento chirurgico.

Il dito a scatto può presentarsi in modi differenti; a seconda dello stadio evolutivo del disturbo ci sono diverse alternative terapeutiche.

Il paziente deve saper coglier i sintomi iniziali , evitare microtraumi e movimenti manuali ripetuti , perché più tardi viene presa in cura la patologia e più lungo e difficoltoso sarò il percorso terapeutico.

Le fratture dell’osso

Per Frattura si intende l’interruzione dell’integrità parziale o totale del segmento osseo, che può avvenire per un evento traumatico o spontaneo (in seguito a patologie).

Il tessuto osseo è un tipo particolare di tessuto connettivo che tende a modificarsi nel tempo, le cui caratteristiche sono la durezza e la resistenza e le funzioni principali sono il sostegno del corpo e la protezione degli organi.

La modificazione del tessuto osseo avviene per stimoli meccanici e organici e si può alterare anche per l’alimentazione o per le condizioni generali di salute del soggetto.

Classificazione delle fratture

Una prima classificazione delle fratture si può fare in base alle cause:

  • Fratture traumatiche: avvengono in un osso a seguito di uno stress traumatico;
  • Fratture patologiche: avvengono in un osso senza nozione di trauma, ma per condizioni patologiche generali o locali, (ad esempio le fratture da osteoporosi o da tumore osseo)
  • Fratture da stress: tipica degli sportivi, viene causata da microtraumi ripetuti in un determinato punto osseo soggetto a maggior carichi (si verificano lentamente).
  • Fratture da avulsione: sono delle fratture traumatiche ma causate da una brusca e violenta contrazione muscolare

In base all’orientamento e alla forma della rima di frattura, (la fessura che separa i due frammenti ossei) possono essere classificate in

  • Trasversale
  • Obliqua
  • A spirale o spiroidi
  • Longitudinale.

Inoltre le fratture possono essere COMPOSTE (senza dislocazione dei frammenti) /SCOMPOSTA (con dislocazione dei frammenti); oppure SEMPLICI / PLURIFRAMMENTARIE / COMMINUTE, in base al numero di frammenti ossei prodotti.

Quali sono i sintomi di una frattura?

Sicuramente il sintomo più importante è il dolore, a volte anche insopportabile tanto da avere anche nausea, vertigini e altre risposte dal sistema neurovegetativo.
Inoltre possono esserci anche altri sintomi caratteristici:

  • Gonfiore
  • Deformazione e incapacità nel muovere l’arto
  • Tumefazione
  • Ecchimosi
  • Sanguinamento se si stratta di una frattura esposta

Come si diagnostica

La diagnosi di fattura viene fatta grazie alla radiografia (RX).
Per alcune tipologie di fratture (come quelle da stress) la RX può non bastare, e in questi casi per avere la certezza è meglio la TC. In alcuni pazienti può essere d’aiuto anche la Risonanza Magnetica.

Che fare?

In base al tipo di frattura il medico di competenza deciderà se: immobilizzare solo con il gesso o un tutore la zona fratturata; oppure riallineare le estremità dell’osso fratturato tramite delle manovre ortopediche per la riduzione della frattura; oppure intervenire chirurgicamente.

In questa ultima, ipotesi l’intervento può prevedere l’inserimento di viti metalliche, di chiodi intra-medullari di fissatori esterni oppure protesi.
La maggior parte dei pazienti con frattura hanno bisogno della riabilitazione, seguendo i tempi e i protocolli del caso clinico.
La guarigione ossea è un processo naturale che, nella maggior parte dei casi, avviene autonomamente e si può dividere in tre fasi:

  • La fase infiammatoria avviene subito dopo la frattura, è caratterizzata dalla formazione di un ematoma con a volte versamento di sangue. Dura circa una settimana.
  • La fase riparativa inizia dopo circa una settimana e a seconda della frattura può durare 4 o 5 settimane. Durante questo periodo il callo fibroso, tramite la calcificazione del tessuto, si trasformerà in callo osseo.
  • La fase di rimodellamento inizia dopo sei settimane dopo la frattura e può durare settimane o mesi. L’osso viene a rimodellarsi nella propria struttura fino a riacquistare l’originale resistenza meccanica.

Ci sono delle condizioni che possono rallentare o impedire la guarigione e vengono chiamate: RITARDO DI CONSOLIDAZIONE e PSEUDOARTROSI, dovute ad alcune patologie, dalla localizzazione o dalla posizione della frattura. È il caso di alcuni tumori, del diabete, delle insufficienze renali, osteoporosi, malattia di Paget, infezioni ossee, ecc…

Come si puo’ velocizzare la guarigione?

Il modo migliore per aiutare le fratture è il riposo, esistono poi dei metodi per accelerare i tempi di recupero:

  • Assumere integratori di sali minerali e vitamine (il giusto dosaggio deve essere consigliato dallo specialista)
  • Adottare una alimentazione adeguata
  • Utilizzo di terapie fisiche che facilitano e stimolano la formazione ossea come la magnetoterapia, tecarterapia, ultrasuoni a bassa intensità (anche in questo caso su indicazione medica).
  • Innesto osseo: se la frattura non guarisce, viene trapiantato un osso naturale o sintetico per stimolare l’osso rotto.
  • Introdurre il carico progressivo nei giusti tempi (la stimolazione ossea avviene anche grazie al carico).
  • Terapia con cellule staminali: negli ultimi anni si sta studiando anche il metodo delle cellule staminali per trattare fratture che non guariscono.