10 falsi miti sul mal di schiena

L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA’ (OMS) riporta il mal di schiena come causa principale di disabilità in tutto il mondo. Essa colpisce almeno una volta nella vita circa il 70-85% della popolazione mondiale ed è una delle principali cause di assenza sul lavoro.

L’argomento mal di schiena è stato già affrontato in due articoli precedenti:

Essendo una problematica molto comune, spesso vengono dette cose inesatte e in questo articolo andrò a sfatare alcune convinzioni riguardanti le cause di questo fastidio.

1. HO UN ’ERNIA ED È LA CAUSA DEL MIO DOLORE FALSO

Spesso molte persone che hanno un’ernia sono anche asintomatiche. Circa il 90% delle persone non ha dolore o la causa del dolore o non è da attribuire all’ernia stessa e nel 60 % dei casi circa regrediscono spontaneamente.

2. MI FA MALE LA SCHIENA PERCHE’ HO LE VERTEBRE SCHIACCIATE E NUMEROSE PROTUSIONI. FALSO

La natura del mal di schiena è multifattoriale. Possono esserci diversi distretti corporei (colonna, bacino, anche, ecc) coinvolti nell’insorgenza e nel protrarsi dei sintomi. Molte persone che eseguono una RX o una RM scoprono di avere degli schiacciamenti vertebrali o protusioni, ma sono da sempre asintomatici

3. IL RIPOSO FARA’ SICURAMNETE MEGLIO E FA PASSARE IL DOLORE. FALSO

Solitamente nei primi giorni, quando il dolore è acuto, il riposo è consigliabile e può non accentuare i sintomi.  Ma nei giorni successivi, rimanere troppo tempo a letto o sul divano può anche peggiorare la situazione. A volte bisogna muoversi quanto prima per sconfiggere questo fastidio.

4. BISOGNA FARE SUBITO UNA RISONANZA MAGNETICA PER CAPIRE E RISOLVERE IL PROBLEMA. FALSO

Il più delle volte non serve fare un esame diagnostico per immagini, ma questo deve essere consigliato dallo specialista. Non è detto che la risonanza magnetica sia l’indagine più adatta a capire la causa del problema.

 

5. IL MAL DI SCHIENA È COLLEGATO CON LA POSTURA SBAGLIATA. FALSO

Non esistono associazioni fra alterazioni posturali e asimmetrie (come scoliosi, iperlordosi e ipercifosi) e lo sviluppo del mal di schiena. Non esiste una postura ideale o una postura perfetta e il dolore non è associato a un determinato tipo di postura, ma a quanto tempo manteniamo quella determinata postura.

 

6. BISOGNA FAR PASSARE L’INFIAMMAZIONE PRIMA DI FARE LA TERAPIA. FALSO

Spesso far passare troppo tempo tra l’inizio del dolore e il trattamento può allungare la prognosi e quindi allungare anche i tempi del trattamento. In alcune condizioni prima ci si muove col terapeuta e prima si vede una soluzione al problema

 

7. SE IL DOLORE NON PASSA BISOGNA OPERARSI. FALSO

Solo una minima percentuale di persone con il mal di schiena avrà bisogno di ricorrere alla chirurgia, una volta fallite tutte le altre strategie conservative di trattamento, che prevedono la terapia farmacologica, la terapia manuale, la terapia fisica e l’esercizio attivo.

8. CORRERE E FARE SPORT IN GENERE FA MALE ALLA SCHIENA. FALSO

L’attività fisica migliora in alcuni casi il mal di schiena ed evita la sua cronicizzazione. Quale sport è meglio fare e come farlo è a discrezione del medico o del terapeuta che consiglierà quello più adatto al paziente.

 

9. NON SI PUO’ TORNARE A FARE QUELLO CHE SI FACEVA PRIMA. FALSO

Grazie ad una analisi e ad una correzione dei fattori che predispongono o influiscono sul mal di schiena, si limiterà il dolore ed è possibile ridurre il rischio di nuove ricadute, tornando anche alla normale routine di una volta.

 

10. SOLLEVARE PESI È MOLTO PERICOLOSO E FA USCIRE UN’ERNIA. FALSO

Non esiste nessuna evidenza che dimostri che sollevare dei pesi con la schiena dritta sia più sicuro che farlo con la schiena curva, ma il come sollevare un oggetto pesante è soggettivo.  Il suggerimento del proprio terapeuta che studia e valuta le caratteristiche fisiche del soggetto è molto di aiuto.

Osteoporosi e osteopenia: cosa sono e cosa fare!

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), definisce l’osteoporosi “una malattia scheletrica sistemica caratterizzata da bassa massa ossea e da alterazioni architetturali dell’osso, che portano a un aumentato rischio di fratture”.

L’osteopenia può considerarsi invece un’ anticamera dell’osteoporosi, una fase iniziale di questa; caratterizzata da dei valori della Densità minerale ossea (BMD) entro un certo intervallo che andremo a spiegare dopo.

osteoporosi

L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo, che induce un’aumentata fragilità ossea, con un conseguente aumento del rischio di frattura. (Fonte: Ministero della Salute).

E’ una patologia dovuta ad uno squilibrio del metabolismo osseo; è sistemica perché può coinvolgere tutte le ossa del corpo, anche se quelle che supportano di più sotto carico( come le vertebre e il femore) sono più a rischio di fratture.

Per bassa massa ossea significa che il contenuto di minerali dell’osso (essenzialmente sali di calcio) è significativamente minore del normale e a causa di ciò nel tempo ci possono essere dei rimodellamenti strutturali all’interno dell’osso (le trabecole ossee si assottigliano o si spezzano, con conseguente allargamento degli spazi intertrabecolari).

Diagnosi

La diagnosi di osteoporosi si basa sulla misurazione del contenuto minerale osseo (BMC) e della densità minerale ossea (BMD) e vengono evidenziati con il termine T-Score.

Si analizzano in particolare alcune ossa del corpo (di solito vertebre lombari o estremità prossimale del femore) e l’esame viene chiamato densitometria ossea o mineralometria ossea computerizzata (MOC).

 

I valori di T-Score indicano:

  • -1 -> soggetto normale
  • Fra -1 e -2,5 -> soggetto con osteopenia
  • Inferiore a -2,5 -> soggetto con osteoporosi.
  • Inferiore a -2,5 e presenza di una o più fratture -> soggetto con osteoporosi severa.
osteoporosi e osteopenia

Quali sintomi puo’ dare?

I sintomi dell’osteoporosi non risultano sempre di facile riconoscimento, anzi in fase iniziale viene definita una patologia asintomatica.

Il segnale che può indurre il medico a sospettare della sua presenza è rappresentato dal dolore osseo, che è spesso riferito all’anca o alla schiena e non compare al mattino nell’alzarsi dal letto (al contrario dell’artrosi), bensì dopo essere stati a lungo in piedi e annullandosi , rapidamente, una volta sdraiati.

Ma spesso questi “doloretti” vengono sottovalutati e pertanto, i pazienti possono non essere consapevoli della loro osteoporosi fino a quando non subiscono una frattura dolorosa.

Vi sono poi altri sintomi e segni clinici tipici (non esclusivi) dell’osteoporosi descritti in letteratura medica:

  • calcolosi renale,
  • ipercalcemia (alta concentrazione di Calcio nel sangue),
  • ipercifosi (quando l’angolo di curvatura del rachide dorsale supera i 35 gradi),
  • iperlordosi (accentuazione della curva del rachide lombare).
situazione normale e con osteoporosi

Causa e problemi associati all’osteoporosi

L’osteoporosi non è una patologia che ha una sola causa ma può essere determinata da:

  • qualunque cosa che possa alterare il delicato processo di crescita e, successivamente, di mantenimento dell’osso;
  • qualunque cosa che possa alterare la disponibilità dei minerali necessari (che provengono dagli alimenti e dalle bevande),
  • mancanza di attività fisica.

Molti fattori possono incidere sulle cause sopra descritte e portare ad un osteoporosi come succede nei casi di:

  • osteoporosi postmenopausale (causata essenzialmente dalla brusca caduta della produzione di ormoni sessuali femminili che normalmente mantengono il rimodellamento osseo in equilibrio)
  • l’osteoporosi senile ( dovuta dall’indebolimento di tutti i processi vitali inclusa la produzione di vitamina D e il ridotto assorbimento intestinale di calcio)

Ci possono essere osteoporosi secondarie ad altre patologie come l’ipertiroidismo, l’ iperparatiroidismo, l’insufficienza renale cronica, le malattie croniche intestinali ( come la celiachia e il morbo di Crohn).

Anche l’uso terapeutico a lungo termine di alcuni farmaci, come i corticosteroidi o l’eparina, possono provocare osteoporosi anche nei giovani.

Inoltre esistono anche altre forme di osteoporosi che sono determinate da anomalie genetiche dell’osso (osteogenesi imperfetta) o non hanno alcuna causa conosciuta (osteoporosi giovanile idiopatica).

Che fare?

Innanzitutto l’osteoporosi deve essere prevenuta.

Se la MOC evidenzia un inizio di osteopenia e dalle analisi del sangue risulta un valore basso di vitamina D; è necessario prevenire l’osteoporosi basando la cura su tre fattori chiave:

  1. adeguata assunzione di Calcio;
  2. facilitare il metabolismo della vitamina D;
  3. fare una regolare attività fisica.

Sull’assunzione di Calcio e come favorire il metabolismo della vitamina D sarebbe opportuno rivolgersi al proprio medico o allo specialista; per quanto riguarda l’attività fisica si può fare affidamento al proprio terapeuta o medico di fiducia che consiglierà quale sia la migliore in base anche alle altre problematiche relative al soggetto.

Il colpo di frusta

L’OMS ( ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA’) definisce il colpo di frusta ( o whiplash ) “un trauma che abbia effetto della sorpresa e nel quale si riscontri un ritardo, assenza o insufficienza della contrazione muscolare di protezione”.

Questa situazione si verifica spesso nel classico tamponamento automobilistico posteriore, dove il soggetto si ritrova a subire un primo trauma che porta la porzione cervicale (quella più libera di muoversi quando si è seduti in macchina), in iperestensione prima; e poi per effetto “rimbalzo” da urto porta il collo in iperflessione.

Tuttavia possono esserci anche dei traumi da colpo di frusta in lateralità dove si riscontrano delle iperflessioni in laterale.

A determinare la gravità del whiplash non è molto la velocità del trauma, ma la sua imprevedibilità; e può essere il risultato di traumi non per forza automobilistici, ma anche dovuti all’attività sportiva oppure ad uno shock diretto sul cranio.

Quali sono le strutture anatomiche coinvolte ?

Le prime parti ad andare sotto stress sono le strutture capsulo-legamentose, seguite dai muscoli; fino ad interessare i dischi intervertebrali, le strutture vascolari, le radici nervose, la parte ossea ed il midollo nei casi più gravi.

Sintomi.

In base alle strutture coinvolte i sintomi possono essere più o meno gravi e possono persistere anche a distanza di mesi dall’evento traumatico. I sintomi più comuni inizialmente sono:

  • Dolore alle spalle, collo e braccia;
  • Limitazione dei movimenti;
  • Rigidità muscolare;
  • Mal di testa con o senza vertigini;
  • Nausea e/o vomito;
  • Acufene e/o disturbi della vista;
  • Parestesie e scosse elettriche alle braccia e alle mani;
  • Senso di spossatezza generale.

Questi sintomi possono durare dai 7 ai 20 giorni e sulla radiografia che viene eseguita per controllare eventuali fratture ossee, si riscontra la tipica verticalizzazione del tratto cervicale.

Passate le prime tre settimane, i sintomi sopramenzionati possono diminuire oppure possono accentuarsi; in questo caso occorre fare un ulteriore indagine con una risonanza od una TC per andare ad indagare le strutture coinvolte.

Solitamente il miglioramento dei sintomi si ha nell’arco di tre mesi; ma alcuni colpi di frusta possono lasciare delle conseguenze a lungo termine con sintomi meccanici o neurologici; principalmente per tre motivi :

  1. La situazione della colonna vertebrale era già problematica e compromessa prima del trauma;
  2. Non è stata fatta un’adeguata terapia dopo l’evento;
  3. Il trauma eccessivo ha causato delle lesioni che hanno coinvolto anche le ossa o il sistema nervoso.

Che fare?

In genere, nei casi meno gravi, il trattamento prevede una terapia farmacologica a base di antinfiammatori e miorilassanti (per ridurre dolore e contrattura muscolare), seguiti poi da una terapia fisioterapica ed osteopatica.

Ci sono numerosi articolii scientifici che dimostrano come la terapia manuale, associata anche ad altri tipi di intervento, migliora la sintomatologia nei colpi di frusta.

La terapia manuale, può essere molto efficace per curare i colpi di frusta sia in fase acuta che cronica, con lo scopo di ristabilire la giusta mobilità e funzionalità del corpo.

Inoltre sono consigliabili degli esercizi da fare anche lontano dall’evento traumatico e consultabili sul mio sito al seguente link:  http://www.pierpaolopogelli.it/articoli/esercizi-per-la-cervicale/

Rizoartosi, l’artrosi del pollice

La rizoartrosi è un processo degenerativo che viene ad interessare l’articolazione trapezio-metacarpale, articolazione alla base del pollice.

L’articolazione trapezio-metacarpale è definita articolazione “a sella” per l’estrema somiglianza con la sella del cavallo: concava da un senso e convessa dall’altro. Permette i movimenti di opposizione, abduzione, adduzione, flessione ed estensione.

Statistiche alla mano, la rizoartrosi rappresenta la forma più comune di artrosi alla mano, colpisce più frequentemente le donne degli uomini e fa solitamente la sua comparsa dopo i 40 anni.

La cartilagine articolare in questa zona si usura nel tempo con una compromissione graduale del movimento del pollice, e può colpire una o tutte e due le mani.

Sintomi

I sintomi iniziali sono quelli comuni a tutte le tipologie di artrosi : dolore, rigidità articolare (soprattutto mattutina) e difficoltà nei movimenti.

Il dolore iniziale (alla base del pollice) si accentuerà in alcuni gesti della vita quotidiana come aprire un barattolo, girare una chiave, prendere un oggetto un po’ pesante, etc.

Col passare del tempo questo dolore tende ad aumentare ed a cronicizzarsi con probabile comparsa di una deformità alla mano (dal lato del pollice si nota un’importante ipotrofia muscolare ; il primo metacarpo si sublussa e la prima articolazione Metacarpofalangea si iperestende).

Cause e diagnosi

La rizoartrosi deriva da un danno cartilagineo progressivo facilitato dall’instabilità della stessa articolazione.  Alcune condizioni di usura progressiva, come particolari attività lavorative che hanno impegnato la mano per anni a sforzi o movimenti particolari possono influenzare la comparsa della malattia (un fattore significante può essere anche l’uso prolungato di telefonini o tablet).

Si è visto che una combinazione di fattori facilita l’instaurarsi di questa problematica:

  1. La predisposizione genetica/familiare all’artrosi
  2. L’età avanzata
  3. Il sesso femminile più colpito (soprattutto dopo i 55 anni e con la menopausa)
  4. Una storia passata di infortuni a carico delle articolazioni del pollice
  5. I lavori usuranti per la mano

La diagnosi è basata sui segni e sintomi del paziente  e un esame radiografico con eventuale TAC ci consentono di valutare la gravità del quadro artrosico indirizzandoci verso il tipo di terapia.

Radiograficamente si individuano 4 stati della patologia :

  • Stadio I: restringimento della rima articolare della Trapezio-metacarpale, sclerosi subcondrale senza sublussazione né osteofiti.
  • Stadio II: sclerosi subcondrale metacarpale marcata, con iniziale osteofitosi e sublussazione inferiore a 1/3 della base.
  • Stadio III: osteofitosi del trapezio, con scomparsa quasi totale dell’interlinea articolare, sublussazione maggiore o uguale a 1/3 della base metacarpale e artrosi peri-trapeziale.
  • Stadio IV: grave dismorfismo articolare, con voluminosi osteofiti diffusi, sublussazione della Trapezio-metacarpale e geodi subcondrali

Che fare?

La valutazione precoce della rizoartrosi (prima della comparsa del dolore, dell’impotenza funzionale e della deformità articolare) permette di evitare gravi disfunzioni e distruzioni articolari.

Il trattamento può essere conservativo o invasivo. Ad oggi l’approccio conservativo è il più utilizzato ed è sempre consigliato anche dai medici.

Tecniche manuali e l’utilizzo di mezzi fisici (come tecar, laser, etc..), associati anche a terapia antinfiammatoria (soprattutto nei casi gravi) hanno l’obbiettivo di ridurre i sintomi e migliorare la funzionalità della mano.

Nelle fasi più acute è consigliabile anche l’utilizzo di un bendaggio o di un tutore (statico o dinamico , a seconda della funzione)  che permette alla zona colpita di restare a riposo  da ulteriori stress meccanici.

Nelle forme più gravi viene presa in considerazione l’opzione dell’intervento chirurgico, che prevede l’asportazione della parte colpita dell’osso trapezio con l’inserimento di piccole protesi di varia natura.

Dopo l’intervento fa seguito un’immobilizzazione di circa 3 settimane e un successivo periodo di fisioterapia con un tempo medio di recupero progressivo di circa 3 mesi.

Correre ai tempi del corona virus

Questa volta non sarà il solito articolo sulle problematiche dell’apparato muscolo-scheletrico e i relativi consigli, ma affronterò un argomento che purtroppo stiamo vivendo in questi giorni.

E’ giusto additare i runners in questo periodo come untori del virus?

Premesso che non sono un corridore  né tantomeno uno sportivo praticante; e che sono d’accordo con le misure restrittive che hanno preso le istituzioni in questo momento : restare a casa è l’unica soluzione possibile per rallentare la diffusione del virus.

Però non mi sento di colpevolizzare chi esce di casa per fare una corsetta, a patto che vengano rispettate le regole e i decreti in vigore, per un semplice motivo : è una questione di salute, soprattutto mentale.

Non tutte le persone vivono in appartamenti grandi, non tutte le persone hanno la possibilità di fare sport dentro casa o di uscire nel proprio giardino per fare una passeggiata al sole.

Per chi ha sempre fatto attività sportiva, toglierli la possibilità di muoversi è come togliere ai fumatori la possibilità di comprare le sigarette dal tabaccaio.

Sul sito del Ministero dell’Interno alla voce “Spostamenti” viene riportato : « L’attività motoria all’aperto è consentita purché non in gruppo. Sono sempre vietati gli assembramenti»

Purtroppo questa regola non viene sempre rispettata, e per colpa di alcune persone che hanno dei comportamenti irresponsabili si è arrivati a colpevolizzare in modo sbagliato tutti i runners come untori del virus.

La FIDAL ( federazione italiana di atletica leggera) menziona 10 semplici regole da seguire :

  1. Runner non ci si improvvisa.
  2. Chi non ha mai corso non è proprio il caso che inizi ora.
  3. Correre senza sapere come farlo può nuocere alla salute.
  4. Per chi è già runner, oggi si corre solo per conservare la salute.
  5. …la tua e quella di chi ti sta vicino.
  6. Per fare questo in primis corri da solo.
  7. Se vedi altri che corrono, allontanati.
  8. E se prima correvi 1 ora, oggi bastano 20 minuti
  9. Fai le scale più volte al giorno ed ottieni lo stesso risultato.
  10. E se tutto questo non è possibile, stai a casa e fai esercizi di tonificazione muscolare.

A questa lista ne aggiungerei un’altra regola che secondo me li metterebbe meno in cattiva luce :USCIRE PRESTO LA MATTINA O LA SERA TARDI, quando circolano meno persone.

Ahimè, spesso queste regole non sono state rispettate, e per questo motivo l’UNICA SOLUZIONE  E’ RIMANERE A CASA, VALIDO PER TUTTI.

L’attività fisica che si può fare in un appartamento o in un giardino non sarà sicuramente la stessa rispetto a quella “all’aria aperta” , ma ci sono numerose alternative alla corsa e si possono trovare sui canali social.

Solo con il buon senso si può superare questo difficile momento nel rispetto rigoroso delle regole che tutti siamo chiamati ad osservare, in particolare la categoria dei  runners, anche loro chiamati al buon esempio.

Se proprio non riuscite a fare a meno della corsa, fatela nel rispetto delle semplici regole!

Esercizi per la caviglia e per la gamba

Nell’articolo precedente vi ho parlato della distorsione alla caviglia e dei consigli da seguire in seguito ad una “storta”.

In questo articolo vengono riportati alcuni esercizi propriocettivi e per il rinforzo muscolare .

Gli esercizi propriocettivi servono a stimolare tutta quella sensibilità che ci permette di riconoscere la posizione dei nostri segmenti del corpo nello spazio. I recettori sono fondamentali per regolare il tono muscolare, la postura e la corretta esecuzione dei movimenti.

Tutti gli esercizi vanno fatti rispettando delle pause : un minuto fra una sequenza (o serie) e l’altra, e 3 minuti fra un esercizio e l’altro.

Esercizi di rinforzo

1. ESERCIZI RINFORZO FLESSO-ESTENSIONE CON ELASTICO.

Si prende un elastico(tipo theraband) con una resistenza media/alta e si lega intorno al collo del piede.

Bisogna legare l’elastico ad un punto fisso (FOTO 1 ) e tenere il piede in flessione dorsale tirando la punta verso se stessi per 10 secondi e poi ripetere per 10 volte. Tutta questa sequenza va ripetuta per 3 volte.

Quando si tira il piede verso il basso invece bisogna tenere l’elastico con le mani creando la giusta resistenza ( FOTO 2) e tenere per 10 secondi per 10 volte ; la sequenza va ripetuta 3 volte.

2. ESERCIZI DI RINFORZO IN PRONO-SUPINAZIONE CON ELASTICO

Come per l’esercizio 1, legare l’elastico ad un punto fisso e farlo passare sulla parte interna ed esterna del piede.

Portarlo verso l’interno e verso l’esterno ( a seconda di dove viene messo l’elastico) e tenere per 10 secondi e ripetere per 10 volte. L’intera sequenza ripeterla per 3 volte

3. ESERCIZIO DI RINFORZO: SOLLEVAMENTO IN PUNTA DI PIEDI SU UN GRADINO.

Con i piedi paralleli tra loro e le gambe divaricate alla larghezza delle spalle; alzare i talloni dal pavimento mantenendo l’equilibrio sull’avampiede per un secondo e poi tornare lentamente a terra.

Se le caviglie sono particolarmente deboli o presentano problemi di equilibrio, questo movimento si può eseguire con le mani poggiate alla parete.

Se si vuole aumentare un po’ più di resistenza e incrementare la difficoltà: tenere dei manubri nelle mani.

Ripetere l’esercizio per 10 volte per 3 sequenze.

4. ESERCIZIO DI RINFORZO:  SOLLEVAMENTI DELLA CAVIGLIA CON I PESI

Legare una cintura o un segmento simile ad una corda ad entrambe le estremità di un manubrio leggero (anche una bottiglia d’acqua va bene), in modo che si formi una sorta di triangolo quando si solleva con il piede. Seduti su una sedia, inserire il piede (con le scarpe) nel triangolo in maniera che la fune si appoggi alla base delle dita; abbassare il peso dirigendo lentamente il piede verso il basso e sollevarlo sfruttando il movimento della caviglia.

Ripetere per 15 volte per 3 serie.

Esercizi propriocettivi

1. EQUILIBRIO AD OCCHI CHIUSI DA IN PIEDI

Sollevare le gambe alternando destra e sinistra piegandone il ginocchio e restare in equilibrio per 15 secondi. Mantenere la posizione e passare poi all’altro piede.

Per rendere l’esercizio più difficile, chiudere gli occhi.

2. EQUILIBRIO SU UNA GAMBA PALLEGGIANDO CON LA PALLA

Come per l’esercizio precedente , rimanere in equilibrio su un piede ( come nella FOTO precedente) e con le mani palleggiare con una palla al suolo ,mantenendo l’equilibrio, per 20 palleggi e ripetere la serie 3 volte.

3. SQUAT SU UNA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

In mancanza di una tavoletta propriocettiva ( ce ne sono tante e diversi tipi) si può usare un cuscino, oppure per rendere più difficile l’esercizio si possono mettere più cuscini messi uno sopra l’altro.

Con le gambe divaricate alla larghezza delle spalle, bisogna accovacciarsi lentamente controllando la velocità del movimento; ritornando poi in posizione eretta.

Ripetere gli squat 10 volte, e poi ripetere la sequenza altre due volte.

4. SQUAT CON UNA GAMBA SU UNA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

Come per l’esercizio precedente, bisogna fare degli squat su una tavoletta priopriocettiva , ma con una gamba sola poggiata sulla tavoletta mentre l’altra rimane flessa.

Se all’inizio risulta difficile l’esercizio, poggiarsi con le mani ad una parete vicina.

Alternare le due gambe e ripetere 10 volte per 3 serie ogni gamba.

5. PALLAVOLO SULLA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

Posizionarsi sulla tavoletta propriocettiva come nell’esercizio 3 ma anziché fare degli squat, palleggiare  con le mani contro la parete.

Le caviglie sono leggermente flesse.

Palleggiare cercando di non far cadere la palla al suolo per almeno 20 volte e ripetere l’esercizio 3 volte.

Se si vuole rendere l’esercizio più difficile, rimanere in equilibrio su una gamba .

6. PIEGAMENTI SU UNA GAMBA

Restare su un piede e chinarsi in avanti verso il pavimento, sollevando contemporaneamente la gamba opposta ( ricordarsi di piegarsi a livello del bacino e non della zona lombare).

Se non si riesce ad tenere le gambe ben distese flettere un po’ le ginocchia.

Mettendo un oggetto o più oggetti davanti al suolo e mentre si flette in avanti, bisogna raggiungere e toccare questi elementi prima di tornare alla posizione di partenza.

Gli esercizi sopra descritti devono essere eseguiti su consiglio del terapeuta con necessaria supervisione nella fase iniziale.

Stretching e ghiaccio sono consigliati alla fine di ogni esercizio soprattutto in caso di un infortunio recente.

Distorsione alla caviglia: che fare?

Le distorsioni di caviglia (o storte) sono spesso associate a lesioni del piede e nelle diverse casistiche dal 2% al 5% degli accessi in Pronto Soccorso è dovuto ad un trauma in questa zona.

La distorsione è un trauma che colpisce prevalentemente l’articolazione tibio tarsica, dovuta ad un movimento che va oltre il limite fisiologico comportando uno stiramento del complesso legamentoso, capsulare e muscolo-tendineo.

Può interessare la parte esterna del piede (la più frequente) o la parte interna e possono essere classificate a seconda del trauma in:

  • 1° grado: le più lievi. C’è uno stiramento dell’apparato legamentoso senza lesioni con lieve edema e causa instabilità.
  • 2° grado: c’è una rottura parziale delle strutture legamentose con presenza di tumefazione ed ematoma intorno alla zona malleolare. Vi è dolenzia di media entità e instabilità modesta con lieve limitazione funzionale.
  • 3° grado: c’è una instabilità severa con una rottura completa dei legamenti e con edema massivo e importante ematoma. Vi è una seria limitazione funzionale.

Che fare in caso di distorsione?

La prima cosa da fare in caso di distorsione severa è andare al pronto soccorso per fare una RX di controllo, perché le distorsioni gravi spesso nascondono una frattura di uno o più malleoli, o del 5°metatarso.

Una volta scongiurata la frattura ossea, è necessario tenere l’arto a riposo ed eventualmente bloccarlo con un bendaggio od un gambaletto.

Nella prima fase della distorsione, prima ancora di verificare se c’è o no una frattura, la persona deve:

  • Mettere a riposo la zona, non caricandoci sopra, utilizzando anche delle stampelle per camminare;
  • Mettere del ghiaccio per anestetizzare la zona dolente e per non farla gonfiare troppo.
  • Alzare la gamba nella posizione sdraiata, in modo da poter aiutare il drenaggio dell’edema.
  • Utilizzare una fasciatura od un gambaletto per non muovere troppo il piede.

Una volta scongiurata la frattura, si può indagare se la componente legamentosa si è lesionata oppure no, facendo una ecografia o una risonanza magnetica (aspettando però che il piede non presenti più edema).

Che tipo di terapie sono necessarie?

A seconda della gravità, una storta può essere trattata nei primi giorni dall’accaduto oppure bisogna aspettare che il periodo di immobilizzazione (da una a tre settimane) finisca.

Inizialmente l’approccio terapeutico è mirato a drenare l’edema o ematoma e a diminuire il dolore utilizzando sia la terapia farmacologica, sia la terapia manuale, sia la terapia fisica (tecar, laser, ultrasuono, ecc..). Quale terapia utilizzare delle tre è a discrezione del medico e su consiglio del terapista, a seconda del caso clinico.

Una volta che il gonfiore e il dolore sono diminuiti si può iniziare un percorso terapeutico che prevede:

  • il recupero dell’articolarità (tramite la terapia manuale, esercizi attivi e passivi);
  • il recupero della stabilità della caviglia (tramite esercizi propriocettivi, esercizi funzionali, ecc…).

Tempi di recupero e consigli

Come già detto sopra le distorsioni possono essere suddivise in tre tipi a seconda della gravità.

A seconda del tipo di storta la guarigione può avvenire da pochi giorni a 10 giorni (per quelle di primo grado), fino ad impiegarci anche 40 giorni per quelle di terzo grado.

Se nelle distorsioni di terzo grado è necessario l’intervento chirurgico, i tempi possono allungarsi fino ad arrivare anche a 3/4 mesi.

Un consiglio utile per chi ha subito una distorsione: la prima storta “seria” va curata e trattata con tutte le terapie del caso, perché il rischio recidive è molto frequente, soprattutto per chi fa sport.

Un altro consiglio, soprattutto per gli sportivi che spesso hanno distorsioni, è l’utilizzo di bendaggi o di cavigliere prima dell’attività fisica, in modo da limitare un ulteriore stress della struttura capsulo-legamentose.

Nei prossimi articoli verranno spiegati ed illustrati alcuni esercizi propriocettivi e funzionali per stabilizzare l’articolazione della caviglia in modo da ridurre il rischio di nuovi infortuni.

Esercizi per la cervicale

Nell’articolo precedente vi ho spiegato come l’artrosi cervicale influenzi la vita quotidiana creando una rigidità e un dolore nella zona del collo.

Qui sotto verranno illustrati e descritti alcuni esercizi che aiutano la mobilità del collo e che devono essere eseguiti con una frequenza almeno tri settimanale.

Esercizio 1 – respirazione diaframmatica

(da supino possibilmente su una superficie rigida)

1 fase: Inspirare con il naso gonfiando la pancia all’altezza dell’ombelico e aprendo così anche l’arcata costale

2 fase: Espirare buttando fuori l’aria dalla bocca e abbassare la pancia cercando di far poggiare il bacino più possibile al pavimento

Ripetere la sequenza per almeno 5 minuti.

Esercizio 2 – respirazione toracica

(da supino possibilmente su una superficie rigida)

Come nell’esercizio precedente anche qui si farà una 1°fase inspiratoria dove si va a gonfiare la parte alta del torace (mano sopra lo sterno); e una 2° fase espiratoria in cui si andrà ad abbassare lo sterno il più possibile verso il basso e i piedi.

1 fase: torace che si gonfia all’altezza della mano

2 fase: torace che si abbassa mantenendo la testa poggiata al suolo

Ripetere la sequenza per almeno 5 minuti.

Esercizio 3 – aumento della lordosi cervicale

(Da supino)

Posizionare sotto la cervicale un asciugamano arrotolato creando un po’ di rialzo tra il pavimento ed il collo.

Con le mani prendere le parti distali dell’asciugamano e tirare lentamente verso l’alto il collo staccandolo di pochi centimetri dal pavimento. Mantenere la posizione per 4/5 secondi e ripetere l’esercizio 15/20 volte.

Esercizio 4 – allungamento del collo

(Da supino)

Mettere le mani dietro la nuca e flettere il collo in avanti portando il mento al petto.

Ripetere per 20 volte ed ogni volta cercare di avvicinare sempre di più il collo al petto, aiutandosi con la respirazione: quando si butta fuori l’aria eseguire l’allungamento.

 

Esercizio 5 – mobilità generale del collo

(da seduto)

Muovere il collo lentamente nelle direzioni indicate dalle foto e ripetere ogni sequenza 20 volte

1 movimento: flesso-estensione

2 movimento: inclinazione laterale

3 movimento: rotazione

Esercizio 6 – allungamento laterale del collo

(Da seduto o da supino)

Inclinare il collo dal lato destro e sinistro aiutandosi col braccio dello stesso lato e mantenere la posizione per 10-15 secondi. Ripetere il movimento circa 20 volte per ciascun lato.

Artrosi cervicale

L’ARTROSI cervicale è una malattia degenerativa che colpisce inizialmente la cartilagine articolare delle vertebre cervicali, dovuta all’usura e all’invecchiamento delle articolazioni.

I sintomi più comuni sono il dolore e la rigidità del collo, anche se molte persone rimangono asintomatiche per molto tempo.

Le vertebre cervicali sono 7 e vengono numerate convenzionalmente da C1 a C7. Le prime 2 sono differenti da tutte le vertebre del corpo sia per struttura che per funzionalità.

Sono articolate l’una con l’altra dal disco intervertebrale al centro e lateralmente dalle faccette articolari. Inoltre una caratteristica anatomica importante è che le vertebre cervicali hanno nella loro parte più laterale (nei processi trasversi) un foro (il foro trasversario), che dà passaggio all’arteria vertebrale che risale fino al cranio dando irrorazione alla parte posteriore della testa.

Di artrosi cervicale ne soffrono indistintamente sia le donne che gli uomini, specialmente dopo i 40 anni e questi ultimi sono generalmente i soggetti più colpiti.

È una patologia che può peggiorare col passare del tempo e se non viene affrontata e curata tempestivamente può coinvolgere anche le strutture adiacenti le articolazioni con tutte le conseguenze del caso.

Pe un ulteriore approfondimento su cosa succede alle strutture osteo-articolari vi rimando ad un articolo precedente sull’artrosi e artrite: Artrite e artrosi: che differenza c’è?

Cause

Le cause sono spesso riconducibili a:

  • Comportamenti quotidiani sbagliati come posture errate.
  • Attività fisiche pesanti e ripetute nel tempo con interessamento della zona alta vertebrale.
  • Traumi non curati (es: colpi di frusta)
  • L’età che avanza (l’invecchiamento fisiologico gioca una componente primaria nelle problematiche artrosiche)

Sintomi

Come già detto sopra i sintomi più importanti sono: la rigidità articolare e il dolore.

Quando l’artrosi determina un’importante riduzione degli spazi intervertebrali con osteofitosi e interessamento legamentoso:

  • La limitazione della mobilità diventa un sintomo prevalente.

La presenza di osteofitosi importanti e il restringimento dei forami intervertebrali possono causare conflitto con le radici nervose e con i piccoli vasi sanguigni di quel livello. In questo caso avremmo anche sintomi di:

  • Irradiazione del dolore e/o deficit motorio e sensitivo agli arti superiori.
  • Nausea e/o Vertigini
  • Mal di testa (può essere localizzato alla base della testa o irradiarsi anche anteriormente).

La mobilità della colonna cervicale è fondamentale per mantenere il corretto allineamento degli organi di senso situati nella testa (vista e udito).

Come si diagnostica?

La presenza di artrosi cervicale si diagnostica facilmente facendo una radiografia classica del rachide cervicale. All’esame radiografico tipicamente si riscontra a seconda della fase iniziale o avanzata:

  • riduzione della rima articolare
  • sclerosi dell’osso subcondrale
  • osteofitosi e/o geodi
  • struttura dell’osso alterata.

Altri indagini possono essere eseguite se compaiono altri sintomi:

  • se c’è un’irradiazione forte del dolore agli arti superiori si richiede una Risonanza magnetica per differenziare un eventuale ernia
  • se ci sono deficit sensitivi e motori importanti agli arti superiori è consigliabile una Elettromiografia per escludere danni neurologici periferici.

Se invece i sintomi sopra elencati non migliorano con nessun aiuto farmacologico e col trattamento manuale, si consiglia una TC (tomografia computerizzata), estremamente utile in caso di dubbio diagnostico.

Che fare?

In caso di dolori acuti è possibile che il medico prescriva una cura antinfiammatoria, anche a base di cortisone se l’infiammazione presente rende impossibile i successivi passaggi.

Finita la fase di maggior dolore è assolutamente consigliabile il trattamento fisioterapico e/o osteopatico che è mirato alla riconquista della mobilità persa anche a causa del dolore e delle contratture muscolari.

Di fondamentale importanza sono gli esercizi specifici da insegnare al paziente, che vanno svolti con una sequenza e quotidianità su consiglio del fisioterapista e/o osteopata.

Nel prossimo articolo verranno illustrati e spiegati alcuni esercizi utili per la problematica artrosica cervicale.

La sciatalgia o lombosciatalgia

La sciatalgia o lombosciatalgia (o più comunemente SCIATICA), è un dolore che parte generalmente dietro la schiena e scende lungo tutta la gamba posteriormente, seguendo il percorso anatomico del nervo sciatico.

Il nervo sciatico è il nervo più grande e più lungo del corpo umano. Ha origine dalle ultime 2 vertebre lombari e dalle prime sacrali e fuoriesce dalle vertebre tramite i forami di coniugazione (formati dall’unione di due vertebre che danno il passaggio al nervo che fuoriesce dalla colonna).

Una volta che il nervo sciatico fuoriesce dal forame di coniugazione si dirige nella parte posteriore del gluteo, dietro la coscia e si dirige fino alla gamba e al piede. Durante il suo percorso i suoi rami portano la sensibilità e motricità a quasi tutto l’arto inferiore.

sciatalgia o lombosciatalgia

Un dolore da sciatalgia “vera” colpisce quasi tutto il territorio di innervazione ed è diverso da un dolore che prende fino al gluteo o metà gamba; in questo caso si può parlare di “falsa” sciatica ma ha una causa diversa e il trattamento che ne segue sarà differente.

Che sintomi può dare?

Solitamente il dolore generalizzato nel decorso del nervo è il sintomo maggiore, associato anche a bruciore. Altri sintomi spesso presenti sono intorpidimento o addormentamento, scossa elettrica e debolezza della gamba.

Nei casi più gravi c’è assenza o alterazione marcata dei riflessi osteo-tendinei, incapacità nel camminare con dolore presente anche a riposo.

A secondo del tipo di sciatalgia il soggetto è costretto al riposo forzato oppure a camminare per non sentire l’addormentamento o fastidio alla gamba.

Quali sono le cause di sciatalgia

  • La causa più comune è dovuta ad un’ernia del disco (in quanto il nucleo del disco che viene erniato va a comprimere il nervo all’origine creando un’infiammazione).
dove parte la sciatica o lombosciatalgia
  • Una spondiloartrosi grave con osteofitosi escrescenti che possono comprimere il nervo irritandolo;
  • Protusioni discali che possono aumentare la pressione e l’edema intorno alla fuoriuscita del nervo comprimendolo e dando inizio ad uno stato infiammatorio;
  • Tutte quelle condizioni che chiudono il forame di coniugazione (come uno schiacciamento vertebrale, un tumore, un evento post traumatico, ecc…)
  • Batterica o virale.

Si sente spesso parlare di MUSCOLO PIRIFORME come possibile causa di sciatica. In realtà il piriforme può causare una “falsa” sciatica, in quanto sotto il ventre muscolare passa il nervo sciatico (in pochissimi casi lo attraversa) ed una tensione/contrattura del piriforme può causare un’irritazione del nervo, ma non dà una sintomatologia completa sulla gamba.

In linea generale, tutte quelle condizioni che alterano la biomeccanica normale della colonna (posture non corrette, sforzi ripetuti, movimenti sbagliati, ecc…) causano uno stress sulle strutture osteo-articolari della colonna, come i dischi intervertebrali, che a loro volta possono creare un’irritazione sul nervo sciatico.

Come diagnosticarla?

Non solo i sintomi sopra elencati sono sufficienti per avere certezza di una sciatica “vera”, ma un’accurata anamnesi con eventuali esami diagnostici sono utili per differenziare la diagnosi.

Visto che la causa maggiore di lombosciatalgia è di natura discale, si consiglia una Risonanza Magnetica della colonna lombo-sacrale dove è possibile vedere bene i dischi e le radici nervose.

L’elettromiografia (EMG) è un altro strumento di indagine rilevante per capire la conduzione nervosa, e si consiglia quando sono presenti importanti deficit sensitivi o motori.

La Rx serve invece per avere un’idea generale sullo stato artrosico e articolare delle vertebre; e se ci sono degli osteofiti importanti come causa di ristringimento. Se presenti, allora, si può consigliare anche una TC per indagare meglio.

Che fare?

Una sciatalgia può regredire totalmente oppure cronicizzarsi e lasciare qualche piccolo sintomo anche a distanza. Solitamente la fase acuta migliora entro le 4/6 settimane, mentre se perdura oltre i 2 mesi è meglio indagare anche altre strutture, non solo quelle osteo articolari.

Il trattamento può essere farmacologico, fisioterapico/osteopatico oppure chirurgico.

I farmaci spesso usati sono antinfiammatori o cortisonici (per ridurre l’infiammazione) associati a miorilassanti (per ridurre la contrattura antalgica). Quando il dolore è molto acuto vengono prescritti anche farmaci antidolorifici.

L’utilizzo dell’ozono terapia può essere coadiuvante nello spezzare il circolo vizioso dell’infiammazione riducendo il sintomo del dolore.

La terapia manuale esercitata con la fisioterapia od osteopatia è fondamentale nei problemi di lombosciatalgia. Si può intervenire manualmente con diverse modalità. L’aspetto più importante è quello di togliere la tensione sul nervo incriminato nel modo che il terapeuta ritiene più opportuno.

L’intervento chirurgico è lo step finale di un’ernia discale che resiste ai trattamenti farmacologici e manuali. Ma come spesso accade, un paziente operato, può avere una ricaduta a distanza di anni su un altro segmento vertebrale.

È fondamentale prendersi cura della propria colonna nel tempo facendo degli esercizi mirati e suggeriti dal terapeuta, oppure fare delle sedute preventive dal fisioterapista od osteopata.