Esercizi per la caviglia e per la gamba

Nell’articolo precedente vi ho parlato della distorsione alla caviglia e dei consigli da seguire in seguito ad una “storta”.

In questo articolo vengono riportati alcuni esercizi propriocettivi e per il rinforzo muscolare .

Gli esercizi propriocettivi servono a stimolare tutta quella sensibilità che ci permette di riconoscere la posizione dei nostri segmenti del corpo nello spazio. I recettori sono fondamentali per regolare il tono muscolare, la postura e la corretta esecuzione dei movimenti.

Tutti gli esercizi vanno fatti rispettando delle pause : un minuto fra una sequenza (o serie) e l’altra, e 3 minuti fra un esercizio e l’altro.

Esercizi di rinforzo

1. ESERCIZI RINFORZO FLESSO-ESTENSIONE CON ELASTICO.

Si prende un elastico(tipo theraband) con una resistenza media/alta e si lega intorno al collo del piede.

Bisogna legare l’elastico ad un punto fisso (FOTO 1 ) e tenere il piede in flessione dorsale tirando la punta verso se stessi per 10 secondi e poi ripetere per 10 volte. Tutta questa sequenza va ripetuta per 3 volte.

Quando si tira il piede verso il basso invece bisogna tenere l’elastico con le mani creando la giusta resistenza ( FOTO 2) e tenere per 10 secondi per 10 volte ; la sequenza va ripetuta 3 volte.

2. ESERCIZI DI RINFORZO IN PRONO-SUPINAZIONE CON ELASTICO

Come per l’esercizio 1, legare l’elastico ad un punto fisso e farlo passare sulla parte interna ed esterna del piede.

Portarlo verso l’interno e verso l’esterno ( a seconda di dove viene messo l’elastico) e tenere per 10 secondi e ripetere per 10 volte. L’intera sequenza ripeterla per 3 volte

3. ESERCIZIO DI RINFORZO: SOLLEVAMENTO IN PUNTA DI PIEDI SU UN GRADINO.

Con i piedi paralleli tra loro e le gambe divaricate alla larghezza delle spalle; alzare i talloni dal pavimento mantenendo l’equilibrio sull’avampiede per un secondo e poi tornare lentamente a terra.

Se le caviglie sono particolarmente deboli o presentano problemi di equilibrio, questo movimento si può eseguire con le mani poggiate alla parete.

Se si vuole aumentare un po’ più di resistenza e incrementare la difficoltà: tenere dei manubri nelle mani.

Ripetere l’esercizio per 10 volte per 3 sequenze.

4. ESERCIZIO DI RINFORZO:  SOLLEVAMENTI DELLA CAVIGLIA CON I PESI

Legare una cintura o un segmento simile ad una corda ad entrambe le estremità di un manubrio leggero (anche una bottiglia d’acqua va bene), in modo che si formi una sorta di triangolo quando si solleva con il piede. Seduti su una sedia, inserire il piede (con le scarpe) nel triangolo in maniera che la fune si appoggi alla base delle dita; abbassare il peso dirigendo lentamente il piede verso il basso e sollevarlo sfruttando il movimento della caviglia.

Ripetere per 15 volte per 3 serie.

Esercizi propriocettivi

1. EQUILIBRIO AD OCCHI CHIUSI DA IN PIEDI

Sollevare le gambe alternando destra e sinistra piegandone il ginocchio e restare in equilibrio per 15 secondi. Mantenere la posizione e passare poi all’altro piede.

Per rendere l’esercizio più difficile, chiudere gli occhi.

2. EQUILIBRIO SU UNA GAMBA PALLEGGIANDO CON LA PALLA

Come per l’esercizio precedente , rimanere in equilibrio su un piede ( come nella FOTO precedente) e con le mani palleggiare con una palla al suolo ,mantenendo l’equilibrio, per 20 palleggi e ripetere la serie 3 volte.

3. SQUAT SU UNA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

In mancanza di una tavoletta propriocettiva ( ce ne sono tante e diversi tipi) si può usare un cuscino, oppure per rendere più difficile l’esercizio si possono mettere più cuscini messi uno sopra l’altro.

Con le gambe divaricate alla larghezza delle spalle, bisogna accovacciarsi lentamente controllando la velocità del movimento; ritornando poi in posizione eretta.

Ripetere gli squat 10 volte, e poi ripetere la sequenza altre due volte.

4. SQUAT CON UNA GAMBA SU UNA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

Come per l’esercizio precedente, bisogna fare degli squat su una tavoletta priopriocettiva , ma con una gamba sola poggiata sulla tavoletta mentre l’altra rimane flessa.

Se all’inizio risulta difficile l’esercizio, poggiarsi con le mani ad una parete vicina.

Alternare le due gambe e ripetere 10 volte per 3 serie ogni gamba.

5. PALLAVOLO SULLA TAVOLA PROPRIOCETTIVA

Posizionarsi sulla tavoletta propriocettiva come nell’esercizio 3 ma anziché fare degli squat, palleggiare  con le mani contro la parete.

Le caviglie sono leggermente flesse.

Palleggiare cercando di non far cadere la palla al suolo per almeno 20 volte e ripetere l’esercizio 3 volte.

Se si vuole rendere l’esercizio più difficile, rimanere in equilibrio su una gamba .

6. PIEGAMENTI SU UNA GAMBA

Restare su un piede e chinarsi in avanti verso il pavimento, sollevando contemporaneamente la gamba opposta ( ricordarsi di piegarsi a livello del bacino e non della zona lombare).

Se non si riesce ad tenere le gambe ben distese flettere un po’ le ginocchia.

Mettendo un oggetto o più oggetti davanti al suolo e mentre si flette in avanti, bisogna raggiungere e toccare questi elementi prima di tornare alla posizione di partenza.

Gli esercizi sopra descritti devono essere eseguiti su consiglio del terapeuta con necessaria supervisione nella fase iniziale.

Stretching e ghiaccio sono consigliati alla fine di ogni esercizio soprattutto in caso di un infortunio recente.

Distorsione alla caviglia: che fare?

Le distorsioni di caviglia (o storte) sono spesso associate a lesioni del piede e nelle diverse casistiche dal 2% al 5% degli accessi in Pronto Soccorso è dovuto ad un trauma in questa zona.

La distorsione è un trauma che colpisce prevalentemente l’articolazione tibio tarsica, dovuta ad un movimento che va oltre il limite fisiologico comportando uno stiramento del complesso legamentoso, capsulare e muscolo-tendineo.

Può interessare la parte esterna del piede (la più frequente) o la parte interna e possono essere classificate a seconda del trauma in:

  • 1° grado: le più lievi. C’è uno stiramento dell’apparato legamentoso senza lesioni con lieve edema e causa instabilità.
  • 2° grado: c’è una rottura parziale delle strutture legamentose con presenza di tumefazione ed ematoma intorno alla zona malleolare. Vi è dolenzia di media entità e instabilità modesta con lieve limitazione funzionale.
  • 3° grado: c’è una instabilità severa con una rottura completa dei legamenti e con edema massivo e importante ematoma. Vi è una seria limitazione funzionale.

Che fare in caso di distorsione?

La prima cosa da fare in caso di distorsione severa è andare al pronto soccorso per fare una RX di controllo, perché le distorsioni gravi spesso nascondono una frattura di uno o più malleoli, o del 5°metatarso.

Una volta scongiurata la frattura ossea, è necessario tenere l’arto a riposo ed eventualmente bloccarlo con un bendaggio od un gambaletto.

Nella prima fase della distorsione, prima ancora di verificare se c’è o no una frattura, la persona deve:

  • Mettere a riposo la zona, non caricandoci sopra, utilizzando anche delle stampelle per camminare;
  • Mettere del ghiaccio per anestetizzare la zona dolente e per non farla gonfiare troppo.
  • Alzare la gamba nella posizione sdraiata, in modo da poter aiutare il drenaggio dell’edema.
  • Utilizzare una fasciatura od un gambaletto per non muovere troppo il piede.

Una volta scongiurata la frattura, si può indagare se la componente legamentosa si è lesionata oppure no, facendo una ecografia o una risonanza magnetica (aspettando però che il piede non presenti più edema).

Che tipo di terapie sono necessarie?

A seconda della gravità, una storta può essere trattata nei primi giorni dall’accaduto oppure bisogna aspettare che il periodo di immobilizzazione (da una a tre settimane) finisca.

Inizialmente l’approccio terapeutico è mirato a drenare l’edema o ematoma e a diminuire il dolore utilizzando sia la terapia farmacologica, sia la terapia manuale, sia la terapia fisica (tecar, laser, ultrasuono, ecc..). Quale terapia utilizzare delle tre è a discrezione del medico e su consiglio del terapista, a seconda del caso clinico.

Una volta che il gonfiore e il dolore sono diminuiti si può iniziare un percorso terapeutico che prevede:

  • il recupero dell’articolarità (tramite la terapia manuale, esercizi attivi e passivi);
  • il recupero della stabilità della caviglia (tramite esercizi propriocettivi, esercizi funzionali, ecc…).

Tempi di recupero e consigli

Come già detto sopra le distorsioni possono essere suddivise in tre tipi a seconda della gravità.

A seconda del tipo di storta la guarigione può avvenire da pochi giorni a 10 giorni (per quelle di primo grado), fino ad impiegarci anche 40 giorni per quelle di terzo grado.

Se nelle distorsioni di terzo grado è necessario l’intervento chirurgico, i tempi possono allungarsi fino ad arrivare anche a 3/4 mesi.

Un consiglio utile per chi ha subito una distorsione: la prima storta “seria” va curata e trattata con tutte le terapie del caso, perché il rischio recidive è molto frequente, soprattutto per chi fa sport.

Un altro consiglio, soprattutto per gli sportivi che spesso hanno distorsioni, è l’utilizzo di bendaggi o di cavigliere prima dell’attività fisica, in modo da limitare un ulteriore stress della struttura capsulo-legamentose.

Nei prossimi articoli verranno spiegati ed illustrati alcuni esercizi propriocettivi e funzionali per stabilizzare l’articolazione della caviglia in modo da ridurre il rischio di nuovi infortuni.

Esercizi per la cervicale

Nell’articolo precedente vi ho spiegato come l’artrosi cervicale influenzi la vita quotidiana creando una rigidità e un dolore nella zona del collo.

Qui sotto verranno illustrati e descritti alcuni esercizi che aiutano la mobilità del collo e che devono essere eseguiti con una frequenza almeno tri settimanale.

Esercizio 1 – respirazione diaframmatica

(da supino possibilmente su una superficie rigida)

1 fase: Inspirare con il naso gonfiando la pancia all’altezza dell’ombelico e aprendo così anche l’arcata costale

2 fase: Espirare buttando fuori l’aria dalla bocca e abbassare la pancia cercando di far poggiare il bacino più possibile al pavimento

Ripetere la sequenza per almeno 5 minuti.

Esercizio 2 – respirazione toracica

(da supino possibilmente su una superficie rigida)

Come nell’esercizio precedente anche qui si farà una 1°fase inspiratoria dove si va a gonfiare la parte alta del torace (mano sopra lo sterno); e una 2° fase espiratoria in cui si andrà ad abbassare lo sterno il più possibile verso il basso e i piedi.

1 fase: torace che si gonfia all’altezza della mano

2 fase: torace che si abbassa mantenendo la testa poggiata al suolo

Ripetere la sequenza per almeno 5 minuti.

Esercizio 3 – aumento della lordosi cervicale

(Da supino)

Posizionare sotto la cervicale un asciugamano arrotolato creando un po’ di rialzo tra il pavimento ed il collo.

Con le mani prendere le parti distali dell’asciugamano e tirare lentamente verso l’alto il collo staccandolo di pochi centimetri dal pavimento. Mantenere la posizione per 4/5 secondi e ripetere l’esercizio 15/20 volte.

Esercizio 4 – allungamento del collo

(Da supino)

Mettere le mani dietro la nuca e flettere il collo in avanti portando il mento al petto.

Ripetere per 20 volte ed ogni volta cercare di avvicinare sempre di più il collo al petto, aiutandosi con la respirazione: quando si butta fuori l’aria eseguire l’allungamento.

 

Esercizio 5 – mobilità generale del collo

(da seduto)

Muovere il collo lentamente nelle direzioni indicate dalle foto e ripetere ogni sequenza 20 volte

1 movimento: flesso-estensione

2 movimento: inclinazione laterale

3 movimento: rotazione

Esercizio 6 – allungamento laterale del collo

(Da seduto o da supino)

Inclinare il collo dal lato destro e sinistro aiutandosi col braccio dello stesso lato e mantenere la posizione per 10-15 secondi. Ripetere il movimento circa 20 volte per ciascun lato.

Artrosi cervicale

L’ARTROSI cervicale è una malattia degenerativa che colpisce inizialmente la cartilagine articolare delle vertebre cervicali, dovuta all’usura e all’invecchiamento delle articolazioni.

I sintomi più comuni sono il dolore e la rigidità del collo, anche se molte persone rimangono asintomatiche per molto tempo.

Le vertebre cervicali sono 7 e vengono numerate convenzionalmente da C1 a C7. Le prime 2 sono differenti da tutte le vertebre del corpo sia per struttura che per funzionalità.

Sono articolate l’una con l’altra dal disco intervertebrale al centro e lateralmente dalle faccette articolari. Inoltre una caratteristica anatomica importante è che le vertebre cervicali hanno nella loro parte più laterale (nei processi trasversi) un foro (il foro trasversario), che dà passaggio all’arteria vertebrale che risale fino al cranio dando irrorazione alla parte posteriore della testa.

Di artrosi cervicale ne soffrono indistintamente sia le donne che gli uomini, specialmente dopo i 40 anni e questi ultimi sono generalmente i soggetti più colpiti.

È una patologia che può peggiorare col passare del tempo e se non viene affrontata e curata tempestivamente può coinvolgere anche le strutture adiacenti le articolazioni con tutte le conseguenze del caso.

Pe un ulteriore approfondimento su cosa succede alle strutture osteo-articolari vi rimando ad un articolo precedente sull’artrosi e artrite: Artrite e artrosi: che differenza c’è?

Cause

Le cause sono spesso riconducibili a:

  • Comportamenti quotidiani sbagliati come posture errate.
  • Attività fisiche pesanti e ripetute nel tempo con interessamento della zona alta vertebrale.
  • Traumi non curati (es: colpi di frusta)
  • L’età che avanza (l’invecchiamento fisiologico gioca una componente primaria nelle problematiche artrosiche)

Sintomi

Come già detto sopra i sintomi più importanti sono: la rigidità articolare e il dolore.

Quando l’artrosi determina un’importante riduzione degli spazi intervertebrali con osteofitosi e interessamento legamentoso:

  • La limitazione della mobilità diventa un sintomo prevalente.

La presenza di osteofitosi importanti e il restringimento dei forami intervertebrali possono causare conflitto con le radici nervose e con i piccoli vasi sanguigni di quel livello. In questo caso avremmo anche sintomi di:

  • Irradiazione del dolore e/o deficit motorio e sensitivo agli arti superiori.
  • Nausea e/o Vertigini
  • Mal di testa (può essere localizzato alla base della testa o irradiarsi anche anteriormente).

La mobilità della colonna cervicale è fondamentale per mantenere il corretto allineamento degli organi di senso situati nella testa (vista e udito).

Come si diagnostica?

La presenza di artrosi cervicale si diagnostica facilmente facendo una radiografia classica del rachide cervicale. All’esame radiografico tipicamente si riscontra a seconda della fase iniziale o avanzata:

  • riduzione della rima articolare
  • sclerosi dell’osso subcondrale
  • osteofitosi e/o geodi
  • struttura dell’osso alterata.

Altri indagini possono essere eseguite se compaiono altri sintomi:

  • se c’è un’irradiazione forte del dolore agli arti superiori si richiede una Risonanza magnetica per differenziare un eventuale ernia
  • se ci sono deficit sensitivi e motori importanti agli arti superiori è consigliabile una Elettromiografia per escludere danni neurologici periferici.

Se invece i sintomi sopra elencati non migliorano con nessun aiuto farmacologico e col trattamento manuale, si consiglia una TC (tomografia computerizzata), estremamente utile in caso di dubbio diagnostico.

Che fare?

In caso di dolori acuti è possibile che il medico prescriva una cura antinfiammatoria, anche a base di cortisone se l’infiammazione presente rende impossibile i successivi passaggi.

Finita la fase di maggior dolore è assolutamente consigliabile il trattamento fisioterapico e/o osteopatico che è mirato alla riconquista della mobilità persa anche a causa del dolore e delle contratture muscolari.

Di fondamentale importanza sono gli esercizi specifici da insegnare al paziente, che vanno svolti con una sequenza e quotidianità su consiglio del fisioterapista e/o osteopata.

Nel prossimo articolo verranno illustrati e spiegati alcuni esercizi utili per la problematica artrosica cervicale.

La sciatalgia o lombosciatalgia

La sciatalgia o lombosciatalgia (o più comunemente SCIATICA), è un dolore che parte generalmente dietro la schiena e scende lungo tutta la gamba posteriormente, seguendo il percorso anatomico del nervo sciatico.

Il nervo sciatico è il nervo più grande e più lungo del corpo umano. Ha origine dalle ultime 2 vertebre lombari e dalle prime sacrali e fuoriesce dalle vertebre tramite i forami di coniugazione (formati dall’unione di due vertebre che danno il passaggio al nervo che fuoriesce dalla colonna).

Una volta che il nervo sciatico fuoriesce dal forame di coniugazione si dirige nella parte posteriore del gluteo, dietro la coscia e si dirige fino alla gamba e al piede. Durante il suo percorso i suoi rami portano la sensibilità e motricità a quasi tutto l’arto inferiore.

sciatalgia o lombosciatalgia

Un dolore da sciatalgia “vera” colpisce quasi tutto il territorio di innervazione ed è diverso da un dolore che prende fino al gluteo o metà gamba; in questo caso si può parlare di “falsa” sciatica ma ha una causa diversa e il trattamento che ne segue sarà differente.

Che sintomi può dare?

Solitamente il dolore generalizzato nel decorso del nervo è il sintomo maggiore, associato anche a bruciore. Altri sintomi spesso presenti sono intorpidimento o addormentamento, scossa elettrica e debolezza della gamba.

Nei casi più gravi c’è assenza o alterazione marcata dei riflessi osteo-tendinei, incapacità nel camminare con dolore presente anche a riposo.

A secondo del tipo di sciatalgia il soggetto è costretto al riposo forzato oppure a camminare per non sentire l’addormentamento o fastidio alla gamba.

Quali sono le cause di sciatalgia

  • La causa più comune è dovuta ad un’ernia del disco (in quanto il nucleo del disco che viene erniato va a comprimere il nervo all’origine creando un’infiammazione).
dove parte la sciatica o lombosciatalgia
  • Una spondiloartrosi grave con osteofitosi escrescenti che possono comprimere il nervo irritandolo;
  • Protusioni discali che possono aumentare la pressione e l’edema intorno alla fuoriuscita del nervo comprimendolo e dando inizio ad uno stato infiammatorio;
  • Tutte quelle condizioni che chiudono il forame di coniugazione (come uno schiacciamento vertebrale, un tumore, un evento post traumatico, ecc…)
  • Batterica o virale.

Si sente spesso parlare di MUSCOLO PIRIFORME come possibile causa di sciatica. In realtà il piriforme può causare una “falsa” sciatica, in quanto sotto il ventre muscolare passa il nervo sciatico (in pochissimi casi lo attraversa) ed una tensione/contrattura del piriforme può causare un’irritazione del nervo, ma non dà una sintomatologia completa sulla gamba.

In linea generale, tutte quelle condizioni che alterano la biomeccanica normale della colonna (posture non corrette, sforzi ripetuti, movimenti sbagliati, ecc…) causano uno stress sulle strutture osteo-articolari della colonna, come i dischi intervertebrali, che a loro volta possono creare un’irritazione sul nervo sciatico.

Come diagnosticarla?

Non solo i sintomi sopra elencati sono sufficienti per avere certezza di una sciatica “vera”, ma un’accurata anamnesi con eventuali esami diagnostici sono utili per differenziare la diagnosi.

Visto che la causa maggiore di lombosciatalgia è di natura discale, si consiglia una Risonanza Magnetica della colonna lombo-sacrale dove è possibile vedere bene i dischi e le radici nervose.

L’elettromiografia (EMG) è un altro strumento di indagine rilevante per capire la conduzione nervosa, e si consiglia quando sono presenti importanti deficit sensitivi o motori.

La Rx serve invece per avere un’idea generale sullo stato artrosico e articolare delle vertebre; e se ci sono degli osteofiti importanti come causa di ristringimento. Se presenti, allora, si può consigliare anche una TC per indagare meglio.

Che fare?

Una sciatalgia può regredire totalmente oppure cronicizzarsi e lasciare qualche piccolo sintomo anche a distanza. Solitamente la fase acuta migliora entro le 4/6 settimane, mentre se perdura oltre i 2 mesi è meglio indagare anche altre strutture, non solo quelle osteo articolari.

Il trattamento può essere farmacologico, fisioterapico/osteopatico oppure chirurgico.

I farmaci spesso usati sono antinfiammatori o cortisonici (per ridurre l’infiammazione) associati a miorilassanti (per ridurre la contrattura antalgica). Quando il dolore è molto acuto vengono prescritti anche farmaci antidolorifici.

L’utilizzo dell’ozono terapia può essere coadiuvante nello spezzare il circolo vizioso dell’infiammazione riducendo il sintomo del dolore.

La terapia manuale esercitata con la fisioterapia od osteopatia è fondamentale nei problemi di lombosciatalgia. Si può intervenire manualmente con diverse modalità. L’aspetto più importante è quello di togliere la tensione sul nervo incriminato nel modo che il terapeuta ritiene più opportuno.

L’intervento chirurgico è lo step finale di un’ernia discale che resiste ai trattamenti farmacologici e manuali. Ma come spesso accade, un paziente operato, può avere una ricaduta a distanza di anni su un altro segmento vertebrale.

È fondamentale prendersi cura della propria colonna nel tempo facendo degli esercizi mirati e suggeriti dal terapeuta, oppure fare delle sedute preventive dal fisioterapista od osteopata.

Il dolore cervicale (cervicalgia)

La CERVICALE non è una patologia, è una zona anatomica del collo composta da 7 vertebre. Spesso questo termine è indicato per esprimere il dolore cervicale (o cervicalgia) che è una patologia che colpisce 15 milioni di italiani, sia uomini che donne (FONTE: “Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia”).

È un dolore localizzato dietro al collo, alla nuca e a volte può irradiarsi fino alle spalle, alle braccia e alla testa.

dolore cervicale nella colonna

Che sintomi può dare?

Il sintomo più importante è il DOLORE, che può essere scatenato dal movimento oppure no. A secondo della causa scatenante, il dolore può essere di varia natura.

Ad esempio un dolore causato dall’artrosi cervicale sarà più mattutino e migliorerà col movimento, a differenza di un dolore scatenato da un’ernia che sarà più trafittivo e irradiato.

Solitamente il dolore cervicale va a cambiare l’assetto posturale della persona, ciò può portare ad un IRRIGIDIMENTO DEI MUSCOLI del collo e della colonna, che a loro volta provocheranno dolore e POCA MOBILITÀ articolare.

Un altro sintomo molto comune nelle affezioni del tratto cervicale possono essere le VERTIGINI oppure i MAL DI TESTA; dovuti anche essi a più cause (come ad esempio una stimolazione continua di alcuni rami nervosi che fuoriescono dalle vertebre cervicali oppure una compressione di piccoli vasi sanguigni che dalla cervicale risalgono fino a dentro il cranio).

Un altro sintomo associato spesso a cervicalgia è L’IRRADIAZIONE DEL DOLORE, o della scossa elettrica, o del formicolio sull’arto superiore. In questo caso saremo però di fronte ad una cervicobrachialgia.

Quali sono le cause del dolore cervicale?

ernia spinale

Le cause sono multifattoriali e generalmente sono dovute a:

  • Artrosi, che nel tempo fa degenerare lo spazio articolare fra le vertebre e a sua volta come conseguenza può coinvolgere strutture legamentose e muscolari che possono infiammarsi.
  • Poca attività fisica e cattiva postura (che portano facilmente ad una verticalizzazione del tratto cervicale e di conseguenza una biomeccanica alterata di questa zona anatomica);
  • Stress muscolari e stress emotivi (un lavoro eccessivo dei muscoli localizzati nella zona cervicale o una tensione emotiva possono irrigidire le strutture miotendinee creando delle contratture);
  • Alterazioni dei dischi e del canale vertebrale (come stenosi, protusioni o ernie, che a loro volta possono avere un’origine degenerativa oppure traumatica);
  • Mal occlusioni o problemi dentali (che creano un cattivo rapporto fra i denti, la mascella e la mandibola, e di conseguenza sui muscoli e legamenti che da qui originano e si inseriscono sulle vertebre cervicali);
  • Colpi di fusta o traumi importanti recenti o passati;
  • Tumori al collo o alla testa;
  • Lesioni ossee.

Che fare?

terapia manuale per il dolore cervicale

La cosa più importante è stabilire la causa del dolore.

Dopo un’accurata anamnesi e dopo aver valutato la necessità o no di eventuali immagini diagnostiche (Rx o Risonanza magnetica, ecc..), il medico/ fisioterapista/ osteopata stabilisce quale sia la soluzione migliore ed eventualmente indirizzare la persona ad un ulteriore approfondimento diagnostico.

In linea di massima la strada da seguire (oltre a quella FARMACOLOGICA che riduce i sintomi iniziali ma non li risolve), è quella di intraprendere una terapia manuale con eventualmente dei mezzi fisici. Inoltre di grande aiuto sono degli esercizi specifici da far eseguire per migliorare la mobilità e la situazione muscolare.

Fra i CONSIGLI che si possono dare, innanzitutto quelli legati alla postura:

  • non restare per troppo tempo con il collo rigido ma muoverlo ogni tanto, (soprattutto chi svolge un’attività impiegatizia davanti al computer oppure per chi passa molte ore col telefonino in mano).
  • Dormire con un cuscino adatto alla forma anatomica del collo
una corretta postura notturla per il dolore cervicale
  • Correggere la testa e tutta la colonna nella giusta posizione quando si è davanti al computer
una corretta postura a lavoro per la cervicalgia

Inoltre (come già detto sopra), il consiglio che aiuta molto in caso di cervicalgia è l’esercizio attivo che va programmato e pianificato col proprio osteopata / fisioterapista. Solitamente non dà un benessere immediato ma a lungo termine, e se eseguito con quotidianità allevia molto i sintomi dolorosi e aumenta la mobilità del rachide cervicale.

Metatarsalgia / Neuroma di Morton

Il Neuroma di Morton, chiamato anche sindrome di Civinini – Morton, è una sofferenza del nervo digitale comune del piede; ed è una causa di METATARSALGIA.

È più frequente tra i 30 e i 50 anni e nel sesso femminile ed è caratterizzata da sintomatologia dolorosa a livello dello spazio intermetatarsale e fra le dita corrispondenti.

La localizzazione più frequente è a carico del 3° spazio, più raramente a carico del 2° e 4° spazio.

Tale metatarsalgia viene considerata una vera e propria sindrome canalicolare dei rami digitali plantari all’interno del “tunnel intermetatarsale”.

Infatti il nervo digitale plantare comune, con il suo fascio vascolare, decorre in uno spazio delimitato in alto dal legamento intermetatarsale ed ai lati dalle teste metatarsali e dai tendini flessori con le loro guaine. Questo spazio è inestensibile e soggetto a continui microtraumatismi durante la fase di appoggio dell’avampiede.

Da tali premesse anatomiche può in determinati casi svilupparsi un processo irritativo a carico del nervo, con formazione di uno pseudoneuroma: non è un vero neurinoma, ma piuttosto un processo flogistico degenerativo caratterizzato da fibrosi peri ed endoneurale.

Clinicamente tale sindrome è caratterizzata da:

  • dolore localizzato a livello dello spazio intermetatarsale, talora con sensazione di scossa elettrica che può irradiarsi fino alle dita. Il dolore si accentua in stazione eretta ed alla deambulazione, mentre tende a risolversi con il riposo. Il paziente può essere spinto a togliersi le scarpe od a massaggiarsi il piede.
  • dolore alla digitopressione plantare a livello dello spazio intermetatarsale irradiato alle dita corrispondenti (segno del campanello).
  • dolore alla compressione latero-laterale delle teste metatarsali (test di Morton +++).
  • Dolore vivo alla flessione dorsale del dito corrispondente alla sede del neuroma (segno di Lasègue del dito).
  • Poca o alterata sensibilità nello spazio intermetatarsale e della superficie plantare delle dita corrispondenti a tale spazio.

Quali sono le cause più comuni?

Spesso il neuroma di Morton si sviluppa in presenza di alterazioni della biomeccanica del piede che possono essere causate da:

  • piede cavo e/o piatto, alluce valgo; alluce rigido; dita a martello;
  • utilizzo di calzature incongrue (soprattutto quelle strette in punta);
  • traumi ripetuti.

La diagnosi viene confermata (oltre che dai sintomi e i test sopra descritti) anche dall’ecografia, ed eventualmente dalla RNM.

Che fare?

Il trattamento del neuroma di Morton può essere di due tipologie a seconda della gravità clinica: conservativo o chirurgico.

Per terapia conservativa si intende una terapia antinfiammatoria di tipo farmacologica o strumentale (come tecar, laser ed ultrasuoni), oppure anche di tipo infiltrativo.

Tra i consigli che si possono dare al paziente: innanzitutto utilizzare un tipo di calzatura adatta al piede (soprattutto comode, morbide e a pianta larga); non caricare troppo il piede dolente e quando si ha tempo mettere del ghiaccio sulla zona più volte al giorno.

Una volta passata la fase acuta infiammatoria è opportuno ridare un riequilibrio articolare e muscolare a tutto il piede e all’arto inferiore; in quanto l’errato appoggio del piede in questa fase avrà alterato lo schema di base e del passo.

Utile quindi un consulto dal fisioterapista o dall’osteopata che a sua volta, dopo il trattamento, può consigliare o no l’utilizzo di plantari che a volte possono aiutare a non far tornare di nuovo il problema.

Nel caso di insuccesso del trattamento conservativo o di quadri clinici gravi, potrebbe essere necessario ricorrere al trattamento chirurgico di rimozione del neuroma, un intervento mininvasivo ed eseguito in anestesia locale. Esso consiste nell’asportazione di parte del nervo interessato dalla fibrotizzazione, oppure nella liberazione dello stesso, creando più spazio attorno al nervo e riducendone la compressione.

Lo stretching: cos’è, a cosa serve

Lo stretching è un termine che deriva dalla lingua inglese che significa “stiramento”, “allungamento”.
Nella pratica sportiva si intende come allungamento muscolare, e gli esercizi di stretching coinvolgono muscoli, tendini, ossa e articolazioni.
Per la maggior parte di essi consistono in movimenti di allungamento muscolare e può essere utilizzato sia per prevenire gli infortuni, sia nel recupero post allenamento, sia per dare più mobilità articolare.
Come è fatto un muscolo? Il muscolo striato scheletrico è così composto:

  • è composto da cellule muscolari e mio fibrille che formano il sarcomero;
  • più sarcomeri in serie formano la fibra muscolare. Ogni singola fibra è avvolta dall’endomisio;
  • varie fibre vengono raggruppate dal perimisio in fasci muscolari;
  • l’epimisio raggruppa tutti i fasci e li organizza per formare il ventre muscolare
  • Il ventre muscolare si ancora all’osso tramite i TENDINI che a loro volta hanno una struttura macroscopica diversa dai muscoli e permettono a questi di fissarsi e di trasferire la forza espresse sul segmento scheletrico.

Questa breve descrizione anatomica per capire che durante lo stretching vengono allungati e mobilizzati , non solo le strutture muscolari e tendinee, ma anche le articolazioni e le ossa dove si ancorano i muscoli; dando così maggiore flessibilità muscolo-articolare.
Per flessibilità muscolo-articolare s’intende “la capacità di movimento di un muscolo e/o di un articolazione nell’ambito della loro totale estensione di movimento – full range of motion” (Alter,1996; Bjorkòund,1999).
Questa concetto è importante per far capire come i gesti sportivi che richiedono notevole ampiezza di movimento; vengono favoriti sia in velocità che economicità con lo stretching ; riducendo notevolmente fenomeni traumatici e patologici.

Come e quando farlo

Studi scientifici sul QUANDO farlo possono risultare non concordanti, ma si è appurato oramai che l’importanza nel farlo migliora la prestazione e diminuisce gli infortuni.

Nella maggioranza dei casi, in un attività sportiva, si consiglia di fare stretching nella fase di riscaldamento (più in forma dinamica che statica) e soprattutto nella fase finale, di defaticamento ( per riportare i muscoli alla lunghezza naturale, originaria).
Può risultare invece dannoso se:

  • Si fa prima di una seduta di forza;
  • Si fanno esercizi tipo molleggio (perché stimolano alcune unità funzionali muscolari che invece di allungarsi si accorciano);
  • Non praticato correttamente (assumendo magari posizioni dannose per il corpo e le articolazioni);
  • Fatto in maniera incostante.

Sulle modalità di COME e QUANTO farlo è consigliabile affidarsi o consultarsi con un fisioterapista, osteopata o preparatore atletico perché la struttura muscolo-scheletrica di ogni individuo e l’attività fisica che si intende fare può far variare i modi e i tempi dell’allungamento muscolare corretto.
Molto importante invece è per chi non far sport (o per chi lo fa in modo saltuario) di mantenere comunque una elasticità e flessibilità muscolo-articolare per prevenire problematiche future a carico dell’apparato muscolo-scheletrico.
In un prossimo articolo verranno consigliati ed illustrati alcuni facili esercizi di stretching e che non sono dannosi per il corpo.

Artrosi del ginocchio – Gonartrosi

La gonartrosi o artrosi del ginocchio è un alterazione degenerativa della cartilagine in primis, che ricopre l’intera articolazione del ginocchio, e nelle fasi più avanzate anche dell’osso sottostante e dei tessuti adiacenti.

E’ la causa maggiore di interventi protesici al ginocchio.

La cartilagine è un tessuto interposto tra i capi articolari che, tra le sue funzioni, ha anche quello di far scorrere meglio i capi articolari durante il movimento.

Quando le cartilagini della tibia , del femore e della rotula si usurano, fino a scomparire, il movimento e il sovraccarico sbagliato creeranno un ulteriore frizione tra loro  danneggiandoli ancora di più.

Che sintomi può dare?

  • Dolore e rigidità articolare (soprattutto al mattino dopo il risveglio o dopo una lunga inattività);
  • Gonfiore (spesso dopo uno sforzo prolungato);
  • Deambulazione con zoppia (soprattutto all’inizio del movimento e nelle fasi avanzate della patologia);
  • Scrosci e rumori articolari (anche al minimo movimento).
  • Instabilità e perdita del tono muscolare (anche questi sintomi sono presenti nelle fasi più avanzate);

Come si diagnostica?

La diagnosi comincia con un esame obiettivo e dai sintomi sopradescritti.

L’indagine diagnostica più veloce e molto sensibile è la classica radiografia (con le proiezioni antero-posteriore e latero-laterale sotto carico) e la radiografia assiale della rotula a 30°, 60° e 90° di flessione.

Nella rx si possono apprezzare molte caratteristiche presenti in un ginocchio artrosico:

  • il restringimento dello spazio articolare;
  • l’addensamento del profilo osseo;
  • la presenza di osteofiti marginali (i cosiddetti “becchi ossei”) che l’organismo crea per “ridistribuire” il sovraccarico;
  • la presenza di geodi, aree di riassorbimento e debolezza ossea dovute al “non uso” della zona.

La Risonanza magnetica può essere effettuata nel caso in cui si sospetta anche una rottura meniscale o legamentosa, ma non è fondamentale per la diagnosi di gonartrosi.

Quanti tipi di gonartrosi esistono?

Una prima classificazione può essere fatta in base alla zona colpita dall’artrosi:

  1. femoro-tibiale mediale (la zona interna del ginocchio);
  2. femoro-tibiale laterale (la parte esterna dell’articolazione);
  3. femoro-rotuleo ( tra il femore e la rotula).

Inizialmente può colpire uno solo dei distretti sopradescritti e poi anche gli altri.

Un’altra classificazione può essere fatta in base alla causa:

  1. Artrosi idiopatica o primitiva ( in cui non si conoscono le cause precise);
  2. Artrosi secondaria ( dovuta ad un a problematica scatenante o facilitante, come ad esempio: le osteocondriti, la condromalacia, l’osteonecrosi asettica, fratture articolari, esiti rotture legamentose o meniscali, ecc…)

Quali sono le cause scatenanti?

Di questo argomento ne abbiamo già parlato in un articolo passato (ARTRITE E ARTROSI: CHE DIFFERENZA C’E’?);

Da aggiungere ci sono le alterazioni dell’asse della gamba (ginocchio varo, ginocchio valgo, ginocchio flesso, recurvatum) che possono favorire l’insorgenza della gonartrosi dovuta al sovraccarico di alcuni comparti del ginocchio.

Che fare?

Il trattamento può essere di tipo:

  1. Conservativo (fisioterapico / osteopatico)
  2. Farmacologico
  3. Chirurgico

Prima di arrivare all’intervento chirurgico (con protesi monocompartimentale o totale del ginocchio; oppure con una pulizia della cartilagine tramite artroscopia), si cerca di mantenere l’articolazione con una mobilità e un trofismo muscolare che permettono di condurre le attività di vita quotidiana senza troppi problemi e dolori. Per far ciò si deve intraprendere un percorso terapeutico sotto il controllo del fisioterapista o dell’osteopata. Si può inoltre far ricorso a farmaci antinfiammatori e antidolorifici.

Alcuni semplici consigli da dare al paziente possono aiutare a diminuire i sintomi (esempio: rinforzare bene la muscolatura, mantenere una buona articolarità del ginocchio, fare dello stretching di tutti i muscoli dell’arto inferiore, usare il giusto tutore o bendaggio nelle fasi più dolenti o di sovraccarico maggiore, mettere del ghiaccio dopo un uso prolungato, ecc…)

Le infiltrazioni di acido ialuronico con o senza antinfiammatorio e la rigenerazione cellulare della cartilagine con le cellule staminali sono altre soluzioni, ma di queste ne parleremo in un altro articolo.

Fascite plantare e spina calcaneare

È un’irritazione dell’aponeurosi plantare nella sua inserzione sul calcagno, ormai riconosciuta come patologia della fascia. E’ caratterizzata da un dolore all’altezza del calcagno che può espandersi su tutta la fascia plantare.

La fascia plantare è una banda spessa e larga, composta da resistenti fibre di collagene, che va dal calcagno ai metatarsi ed alle dita. È strutturata come una corda che mantiene in tensione l’arco longitudinale del piede ed ha il compito principale di assorbire gli shock.

L’insorgenza è più frequente negli uomini con un’età compresa tra i 40 e 60 anni, sportivi, e può essere accompagnata o no dalla spina calcaneare, un escrescenza ossea al centro del calcagno che invece può non dare sintomi dolorosi.

L’aponeurosi plantare si inserisce sul periostio, ossia una membrana fibrosa che ricopre l’osso. La continua tensione, sollecitazione o lo stiramento ripetitivo dell’aponeurosi fa si che questa si retrae e tira in avanti il periostio che creerà uno spazio vuoto tra lui ed il calcagno.

Ciò attiverà la risposta osteoblastica con conseguente formazione dello sperone osseo (o spina calcaneare), che comunque non è mai il responsabile della sintomatologia dolorosa. È presente nel 50% dei soggetti sintomatici e nel 20% di quelli asintomatici.

Le cause della fascite plantare sono molteplici e combinate fra loro:

  • attività fisiche con carico ripetitivo;
  • prolungate attività in piedi;
  • calzature improprie;
  • sovrappeso;
  • Piede piatti o cavi non “funzionali”.

Alla base però ci sono sempre dei traumi ripetuti che possono provocare microlesioni della fascia, soprattutto in prossimità dell’inserzione calcaneare, con infiammazione e dolore (entesite).

Il dolore è localizzato alla base del calcagno e lateralmente ad esso ma può essere diffuso sino alla parte anteriore. È acuto all’inizio del carico per poi attenuarsi e riaggravarsi dopo una prolungata attività.

La spina calcaneare, come già detto, può non essere dolorosa ma essere presente nel soggetto da molti anni. Comincerà ad essere dolorosa quando si assocerà anche una fascite o quando la spina bloccherà i movimenti della fascia plantare creando un edema e riducendo la mobilità dello calcagno.

Diagnosi

La diagnosi precisa di fascite viene fatta con una ecografia o una risonanza, mentre una spina calcaneare è ben visibile con una radiografia.

La descrizione dei sintomi sopra menzionati e la localizzazione del dolore dà la certezza della diagnosi.

Che fare?

Ci sono dei consigli a chi soffre di fascite, soprattutto nella fase iniziale quando il dolore non è ancora invalidante:

  • variare il più possibile le calzature (non troppo strette e con un minimo di tacco sotto al calcagno).
  • diversificare le superfici e i percorsi di allenamento;
  • scaricare le tensioni sotto al piede (esempio: mobilizzare il tallone con una pallina da tennis sotto il calcagno).
  • Scegliere una scarpa adeguata negli sportivi e soprattutto nei runners;
  • Fare degli esercizi di stretching dei muscoli e della fascia del piede.

Tra le terapie strumentali, le onde d’urto sono ritenute le più efficaci, ma possono aiutare molto anche la tecar e la laserterapia (soprattutto nella fase acuta). Altrettanto importanti e risolutivi i trattamenti manuali dell’operatore.

Le fasciti plantari possono durare 5 settimane e si possono protrarre anche un anno.  Prima si inizia l’intervento riabilitativo, prima si riducono i tempi di guarigione e la sintomatologia dolorosa.

Se invece avviene la cronicizzazione del problema, può essere necessario l’intervento del medico con infiltrazioni locali di antinfiammatori. Nei casi più gravi (sintomi che perdurano più di un anno) il medico potrà decidere di ricorrere all’intervento di distensione chirurgica.

Se una fascite non viene trattata in tempo, la persona colpita modificherà il suo appoggio al suolo e di conseguenza potranno esserci degli scompensi e sovraccarichi funzionali anche a livello di ginocchia, anche e colonna vertebrale.